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Gardaphe, l'intellettuale cool

di Gina Di Meo

La grande non pensava affatto di fare l'intellettuale, invece si è ritrovato ad essere uno dei maggiori docenti universitari di studi Italiani Americani nel mondo. Fred Gardaphe, di fresca nomina a Distinguished Professor of Italian American Studies at Queens/Cuny and the Calandra Institute, viene da un quartiere di Chicago, simile al Bensonhurst di Brooklyn, dove i figli degli italiani americani sono destinati a diventare o medici, avvocati oppure, l'esatto contrario, muratori, idraulici, elettricisti. Di dottorato, e per di più in materie letterarie, neanche a parlarne. Ma le pecore nere, nel bene e nel male, esistono e Fred Gardaphe ha invece collezionato lauree, master e dottorati proprio nel settore umanistico. Il suo curriculum vitae è lungo 22 pagine e quando lo abbiamo incontrato per intervistarlo, abbiamo pensato che forse più che un articolo era necessaria un'intera rivista e confessiamo anche che la nostra sarebbe stata un'intervista tediosa su argomenti totalmente avulsi dalla realtà.

Come al solito, l'abito non fa il monaco perchë il professor Gardaphe è sì un intellettuale, ma di quelli cool, di quelli che soprattutto noi italiani non siamo abituati a vedere nelle nostre università, dove tra la cattedra e lo studente c'è una distanza grande quanto un mare. Altre sue definizioni potrebbero essere un radical, un attivista politico o meglio un intellettuale attivista, uno di quelli che da studente ha protestato contro la guerra in Viet Nam, contro la corruzione e contro le ingiustizie.

Tutto questo come è legato al settore degli studi Italiani Americani? Ci arriviamo anzi ce lo racconta lui stesso. «Tutto ciò che ho studiato - ci spiega - non ha avuto niente a che fare con l'italiano, poi a 26 anni, nel 1978 decido di andare in Europa e anche in Italia. Volevo conoscere i miei parenti in Puglia, scoprire da dove veniva la mia famiglia. Il primo impatto è stato un po' duro, io parlavo una sorta di dialetto che però era incomprensibile per loro. Poi pian piano ho cominciato a sentirmi a casa, ho avuto come un'epifania e ho cominciato a sentire il desiderio di studiare italiano. Dopo la prima visita, sono tornato in Italia tutte le estati, mi sono persino sposato lì».

E quando si è imbattuto nella letteratura italiana americana?

«È stato mentre lavoravo alla mia tesi su Walter Whitman e in una biblioteca ho trovato un libro sul romanzo italiano americano. Da lì ho cominciato a leggere centinaia di libri e romanzi italiani americani e a farmi un bagaglio di conoscenze non indifferente. Il problema è che non avevo un posto dove collocare le mie conoscenze perché non sapevo dove studiare questa materia. Poi ho pensato che New York poteva fare al mio caso, e dopo aver fatto una serie di conoscenze, ho cominciato a tenere lezioni sul tema. Allo stesso tempo, però, non volevo lasciare Chicago, ma quando nel 1998 mi hanno chiesto di diventare direttore degli studi italiani americani nel dipartimento di culture, lingue e letterature europee alla Suny, non ho potuto rifiutare».

Cosa ha significato questa nomina per lei?

«Era per me una grande oppurtunità di creare un settore di studi italiani americani, di istituzionalizzarlo e di mettere in pratica la mia conoscenza».

Come giustifica questa sorta di maledizione che c'era sugli studi italiani americani?

«È stata ignoranza e l'associazione degli italiani americani solo al crimine organizzato. In certo senso la nostra storia ci è stata negata, è successo quando i nostri genitori hanno smesso di parlare italiano e per questo che io ho voluto che i miei figli imparassero tutti l'italiano e andassero in Italia. Il mio primo viaggio in Italia mi ha cambiato la vita».

Che cosa è cambiato con la sua recente nomina a Distinguished Professor of Italian American Studies alla Cuny?

«Mi ha messo in una posizione di lavorare con un'istituzione, di creare opportunità, di mettere gli studi italiani americani all'interno di un sistema. Diciamo che il mio lavoro è duplice perché quando sono al Calandra Institute ho la possibilità di lavorare con le persone, con la comunità, invece all'Università lavoro con gli studenti. È esattamente ciò che volevo fare, ossia rendere la mia conoscenza pratica, metterla al servizio delle persone».

Qual è il grande obiettivo della sua vita?

«Creare una nuova generazione di intellettuali italiani americani. Questo campo di studi è giovane e dobbiamo lavorarci molto, non possiamo rischiare che la nostra storia scompaia».

Fred Gardaphe è stato il relatore che ha inugurato la Italians in the Americas Conference, di cui troverete un resoconto più dettagliato nell'articolo qui sotto.

Il suo intervento Beyond the Immigrant Paradigm: Identities and the Future of Italian American Studies era focalizzato sul bisogno di andare oltre l'idea di un'identità italiana americana basata solo sull'immigrazione e cominciare invece a ridefinire queste identità in base a problematiche contemporanee che coinvolgono i concetti di razza, etnia, classe, genere e sessualità