Arte

Personaggi. Tessendo le fila del tempo

di Ilaria Costa

Le ampie stanze dell'Italian Academy della Columbia University Martedì 15 Aprile sono state radicalmente trasformate dagli interventi installativi di Silvia Vendramel ed Andrea Mastrovito - i due giovani artisti vincitori dell'edizione 2008 del Premio New York - in occasione della sua conclusione avvenuta alla presenza del Console Generale Francesco Maria Talò, del Direttore dell'Istituto di Cultura Renato Miracco e del Direttore dell'Italia Academy e del Programma David Freedberg.

Il Premio New York - ormai attivo da diversi anni - è un programma di residency per giovani artisti italiani che nasce dalla collaborazione del nostro Ministero degli Affari Esteri e dell'Italian Academy della Columbia University, con l'intenzione di offrire a giovani emergenti l'opportunità di esplorare ed interagire con le realtà artistiche della scena newyorkese, attraverso un soggiorno di 6 mesi.

Il Direttore dell'IIC Renato Miracco ci spiega che il Premio New York è in corso di ridefinizione; facendo tesoro di quanto acquisito nelle precedenti edizioni, si vuole ridisegnare un nuovo programma che ottimizzi al massimo l' esperienza di questi ragazzi a NYC.

La giuria non sarà solo composta da giurati italiani (come è avvenuto fino a quest'anno) ma anche da membri americani, scelti tra gli esponenti di maggior spicco del mondo artistico newyorkese. L'obiettivo è  quello di rendere più incisiva e produttiva la permanenza dei vincitori qui a NY. Maggiore attenzione sarà dedicata al loro inserimento nel ricco network di Gallerie, Musei, Istituzioni Artistiche e Curatoriali della città. Non solo dunque un aiuto finanziario, ma un supporto più diretto e presente che consentirà di avere una più concreta esposizione e visibilità nel circuito internazionale artistico.

Dopo l'intervista di Andrea Mastrovito della scorsa settimana, intervistiamo la scultrice trevigiana Silvia Vendramel, vincitrice del Premio, per conoscerla e per avere da lei un bilancio sulla sua Residency e sul soggiorno newyorkese che si sta concludendo.

Un bilancio del tuo soggiorno a New York City e della tua Residency "Premio NY" presso l'Italian Academy di Columbia University?

«Il bilancio della mia residenza presso l'Italian Academy di Columbia è positivo. Il Premio New York in se offre la possibilità di spostarsi in una città che per gli artisti rappresenta nel bene e nel male un luogo "mitico". Il resto è tutto da fare...soprattutto creare e stabilire dei contatti diretti con galleristi, istituzioni e curatori del luogo. Sono convinta della loro utilità per una giovane emergente come me, e sono ottimista».

Cosa ti affascina di New York e quali sono invece gli aspetti che senti meno in sintonia con il tuo modo di essere?

«Ciò che più mi affascina di New York è la varietà di persone e vite che si intrecciano continuamente. Quello che più amo e mi fa sentire bene è far parte di una moltitudine di culture diverse che convivono nello stesso luogo, un concentrato di sforzi e speranze. Poco tempo fa ho incontrato una persona che paragonava Manhattan a una barca anche per la forma, una barca da crociera, un'arca di Noè.. e mi è sembrata un'immagine appropriata!Gli aspetti che mi sono meno congeniali sono invece la burocrazia, l'iper controllo e il dover passare attraverso siti web per qualsiasi cosa e necessità».

... e del tuo lavoro: pro e contro?

«Gli aspetti che più mi piacciono del mio lavoro?...Sicuramente la scoperta di me stessa e del mondo attraverso l'esperienza tangibile, il contatto, la scultura.Lavorando con materiali ed elementi plastici che hanno spesso un significato simbolico, faccio un lavoro che è simile alla tessitura. Fili che uniscono il passato al presente scandendo il tempo attraverso tracce.In realtà niente o poco mi sembra meno stimolante: addirittura anche la parte amministrativa o burocratica del lavoro, che è forse la più difficile e a volte avvilente, non è priva di insegnamenti e quindi anch'essa interessante per capire come gira il mondo».

Cosa vorresti che si dicesse dei tuoi lavori?

«Dei miei lavori vorrei che si dicesse quello che non mi aspetto, quello che ancora non so..., in questo modo avverrebbe un vero scambio, la Comunicazione».

Qual è l'episodio più strano che ti è capitato nel corso della tua permanenza a NY?

«Episodi strani ne ho troppi, faccio lunghe passeggiate e mi perdo per la città... New York come ti dicevo, è talmente piena di realtà contrastanti che è impossibile non stupirsi e camminare senza che non avvengano incontri da ricordare. Trovo che la gente comunichi molto, molto di più che in altri luoghi dove ho vissuto. C'è da tenere le antenne alte, certo! Perchè è una città che ruba tantissima energia. Odio Time Square e tutti questi posti caotici e affollati che mi lasciano a terra dopo 10 minuti di marcia.

Mi è capitato di incontrare dei saggi che semplicemente, senza che io chiedessi nulla, mi hanno comunicato le loro verità. Un taxista pakistano in particolare, una mattina dove sfoggiavo il mio miglior sorriso mentre dentro mi stavo sgretolando e lui... eccolo là che da vero maestro mi da la sua ricetta, schietta, secca, sincera. Aveva capito!... e non ha accettato mancia!».