Il rimpatriato

Falciati e martellati

di Franco Pantarelli

I democratici piangono, quelli del popolo della libertà esultano. Silvio Berlusconi si lancia in grandi grida di vittoria, anche se subito dopo avverte che i tempi sono duri e che le misure che prenderà saranno impopolari: una specie di riedizione (ma visto il personaggio suona più come una parodia) delle famose "lacrime a sangue" di Winston Churchill. Walter Veltroni cerca di consolarsi con il fatto che il suo partito democratico ha preso comunque una valanga di voti, se si considera da quale base era partito, ma sono stati pochi i suoi sostenitori - convinti dal suo "siamo a un'incollatura" ripetuto durante la campagna elettorale - che riescono a schivare la nuvola di depressione che si è abbattuta sulla loro testa. Quelli che piangono di più, tuttavia, sono i rappresentanti di quella che durante il governo di Romano Prodi veniva chiamata la sinistra "radicale" e che ora sembra più logico chiamarla "sradicata", cioè lontana più che mai dalla realtà italiana di oggi.

Nel nuovo Parlamento questa parte politica non ci sarà perché non è riuscita a ottenere il minimo indispensabile del 4 per cento dei voti, sicché tutti i loro esponenti - resi famosi dalla loro spola fra il sostegno al governo e le manifestazioni di piazza contro il governo - sono rimasti senza posto di lavoro, ingrossando la schiera dei precari sui quali Veltroni aveva puntato con la promessa di istituire un salario minimo al di sotto del quale non si potesse scendere. L'unico che il posto non lo ha perso, perché la sua candidatura l'aveva ceduta a uno degli operai sopravvissuti alla strage della Thyssen, è stato Oliviero Diliberto, che poi è stato anche quello che della sconfitta elettorale ha partorito l'analisi più bizzarra. A determinarla, ha infatti spiegato, va ricercata nel simbolo sotto il quale il suo partito, Comunisti italiani, quello di Rifondazione Comunista e quello dei Verdi si erano presentati uniti agli elettori. E in che consiste la colpa del simbolo? Nel fatto, incalza il Nostro, che nel suo disegnino non apparivano la falce e il martello, cioè lo storico marchio di fabbrica della rivoluzione sovietica adottato poi dall'intero movimento comunista mondiale.

E' infatti accaduto che siccome nel cartello elettorale della sinistra c'erano anche i verdi, le cui origini non sono marxiste, si è deciso di mettere nel simbolo i colori dell'arcobaleno ("Sinistra l'Arcobaleno" era il nome ufficiale dell'alleanza). Ma pur essendo quel simbolo riuscito a suscitare qualche paura - in una scuola destinata come tutte le altre alle operazioni di voto c'era un arcobaleno disegnato da un piccolo alunno ed è stato subito rimosso da un funzionario tanto solerte quanto scemo - non sarebbe riuscito, secondo Diliberto e tanti altri suoi compagni, a suscitare il "fremito" che l'attrezzo contadino incrociato e quello operaio incrociati avrebbero sicuramente prodotto.

Sembra una barzelletta e invece è uno specchio di dove si trovi la sinistra italiana al giorno d'oggi e in qualche modo lo stato culturale generale di questo Paese. Un piccolo esempio? Dalle analisi del voto che gli esperti della materia hanno compiuto si deduce che ci sono stati molti elettori passati dal sostegno ai Comunisti Italiani o a Rifondazione Comunista direttamente al voto in favore della Lega di Umberto Bossi. Come dire: dall'internazionalismo magari ormai privo di speranza ma pur sempre un sentimento generoso, al provincialismo più bieco e cafone. Dal "Nostra patria è il mondo intero" a "Nostra patria è il mio cortile".