Analisi

Elezioni italiane. Perché hanno rivinto B&B

di Manlio Graziano*

Le elezioni della settimana scorsa in Italia presentano, schematicamente, due novità, una costante e un risultato che è al tempo stesso una conferma e una novità.

Le due novità sono la nascita del cosiddetto "bipartitismo all'italiana" e l'esclusione della sinistra massimalista dal parlamento. La prima risale in realtà alla campagna elettorale, come risultato della decisione del Partito democratico di "correre da solo", e della susseguente creazione di una nuova formazione di centro-destra. Queste due grandi "democrazie cristiane" (tali anche per la loro permeabilità ai desiderata vaticani), molto più prossime tra loro - a giudicare dai programmi - di quanto non lo fossero le varie correnti della vecchia DC, hanno calamitato quasi il 70% dei voti espressi. È stato forse insufficientemente sottolineato che, dopo anni di dibattito estenuante sul presunto nesso tra legge elettorale e frammentazione politica, il quadro parlamentare si è drasticamente semplificato malgrado che la legge elettorale sia rimasta la stessa.

La seconda novità discende in parte dalla prima, nella misura in cui il richiamo al "voto utile" ha prosciugato le liste considerate di "disturbo". Colpisce in particolare la Caporetto dell'estrema sinistra, nella quale molti commentatori hanno ravvisato la scomparsa del massimalismo parlamentare. In realtà, il massimalismo italiano ha già mostrato altre volte, per esempio nel 1914, la sua malleabilità, adattando gli umori protestatari alle forme politiche più diverse e, apparentemente, più lontane tra loro. La tesi secondo cui i voti dell'estrema sinistra siano finiti nelle casse della Lega, oltre che in quelle dell'astensione o del PD non appaiono così fantasiose.

La costante di queste elezioni, invece, è la vittoria del centro-destra. Pochi hanno notato che, da quando una nuova fase politica si è aperta nel 1994, il centro-destra è sempre stato maggioritario nel paese. Nel 1996, Prodi vinse solo in virtù della rottura tra Berlusconi e la Lega, ma, in termini di voti popolari, l'Ulivo fu largamente minoritario. Nel 2006, a dispetto di un largo vantaggio nei sondaggi pre-elettorali, lo stesso Prodi dovette il suo (magrissimo) successo al voto degli italiani all'estero, risultando una volta di più minoritario in patria.

Il terzo aspetto - l'indiscutibile successo della Lega Nord - merita più attenzione. Il partito di Bossi è sulla scena politica da ormai una venticinquina d'anni e non rappresenta quindi più una novità - non più di quanto lo fosse, per esempio, la DC all'inizio degli anni '70. La novità di oggi, da molti sottolineata, è piuttosto la "terza incarnazione" della Lega.

La "prima" Lega - dalla nascita al 1998 - era una formazione prevalentemente territoriale, espressione di un Nord della piccola e media produzione, visceralmente legato ai mercati centro-europei, in rotta con quel centro burocratico dello Stato accusato di consumare senza produrre, al punto di minacciare l'abbandono della barca italiana in caso di naufragio nel Mediterraneo.

Questa Lega va in crisi con l'ingresso dell'Italia nell'euro, con la fine della "grande paura". Viene recuperata alla coalizione di centro-destra con un peso elettorale più che dimezzato, e diventa la "punta" rivendicativa nei confronti della stessa Europa, con cui il Nord - e soprattutto la Lombardia - pretende di trattare da pari a pari, in virtù del suo status di prima regione economica del continente, insieme alla Baviera e all'Île-de-France.

La "terza Lega", temprata da due anni di opposizione ha raccolto e unificato sia gli umori dell'antipolitica che i timori di una globalizzazione claudicante. La piccola borghesia produttiva, dopo anni di retorica del "piccolo è bello", è stata abbandonata ai venti della liberalizzazione; dopo aver prosperato per anni sui bassi salari, è stata colpita da concorrenti che praticano salari anche dieci volte più bassi dei suoi. Nel clima della crisi, in cui ormai il "colbertismo" «non è più nel codice penale dell'Europa o degli USA», come scrive Giulio Tremonti, la Lega può continuare a giocare da "punta avanzata": di fronte all'arrembaggio cinese, il protezionismo è una bandiera interclassista, che permette alla Lega di confermarsi come primo partito operaio in Italia.

Le elezioni non trasformano la realtà, ma ne registrano le trasformazioni. In questo senso, la settimana scorsa si è disegnato un quadro politico nuovo nelle sue forme principali, più simile a quelle dominanti nel resto dell'Europa. Appare un'Italia più coesa, ma solo perché più spaventata dalla crisi incombente. Il ciclo economico mondiale è on the edge, tra libero mercato e protezionismo. Dopo trent'anni di libero mercato, la sinistra storica italiana è infine approdata al liberismo, totalmente e incondizionatamente, liquidando il suo patrimonio e trasformandosi in grande partito liberale di massa. La destra, dal canto suo, ha raccolto senza titubanze l'eredità protezionista lasciata cadere dalla sinistra storica.

Si tratterebbe di uno scambio di ruoli quasi perfetto se, sulla politica italiana, non dominasse - oggi più di qualche mese fa - il vincolo europeo. Non è un caso che, appena conosciuti i risultati, Berlusconi abbia dichiarato di volersi «applicare in modo diverso alla politica estera». Con la consapevolezza, tuttavia, che la straordinaria investitura ottenuta al Nord gli consente una forza negoziale più forte in seno all'Unione europea di quanto non fosse consentito a un centro-sinistra perennemente minoritario al Nord. In questo, un'avanguardia massimalista come la Lega può anche rivelarsi un atout.

Aspettando, naturalmente, di vedere cosa succede da questa parte dell'Atlantico. E, naturalmente, in Cina e in India.

 

*Manlio Graziano, Ècole superieure de relations internationales, Lyon.

Autore di "Italia senza nazione? Geopolitica di un'identità difficile" (Donzelli, 2007) e di "Identité catholique et identité italienne. L'Italie laboratoire de l'Église"  (L'Harmattan, 2007)