ANALISI/ELEZIONI ITALIANE/ Come se esistesse solo l'Italia

di Valerio Bosco

Non c'è alcun dubbio. Il grande assente di questa noiosa e lunghissima campagna elettorale è stata la politica estera. E dire che, anche nelle ultime settimane, i temi di politica internazionale meritevoli dell'attenzione delle forze politiche non sono mancati. C'è stata, effettivamente, l'eccezione del caso tibetano. Rilanciato dalla tradizionale battaglia radicale, dalle polemiche sulle Olimpiadi cinesi, la rivendicazione per l'autonomia della nazione tibetana ha ottenuto il sostegno bipartisan dei due principali competitor, il partito democratico e il popolo delle libertà. Finalmente, dopo mesi di incertezze e balbuzie, anche Massimo D'Alema, Ministro degli Esteri in carica ha abbandonato una politica troppo prudente. Quella che, per non scontentare Pechino, lo aveva spinto, diversi mesi fa, ad accogliere il Dalai Lama in visita privata e non ufficiale, come invece aveva fatto il premier tedesco Angela Markel.

Tibet a parte, peró, la politica estera è finita nel dimenticatoio. Nessun partito o leader politico ha espresso almeno mezza parola su quello che, in tema di formazione e riflessione sulla politica estera del nostro Paese, appare come una novità di grandissimo rilievo. Per la prima volta infatti, il nostro Ministero degli Esteri, dopo aver istituito un Gruppo di Riflessione strategica, con l'obiettivo di aprire un confronto sulle sfide a medio termine per la politica estera dell'Italia fra diplomatici, centri italiani di politica estera, forze economiche, attori non governativi ha prodotto un documento importante:  il "Rapporto 2020". Un paper che cerca di identificare le linee entro cui accrescere le capacità dell'Italia di competere sul piano globale, come comunità nazionale e come paese membro dell'Unione europea e che individua nella politica energetica (ritorno al nucleare e rilancio della coesione europea in materia) e nelle cooperazioni rafforzate nell'UE in tema di difesa le priorità della politica estera del Paese.

Aldilà di quest'esercizio innovativo, da tempo in corso in Francia e Gran Bretagna, non sono mancati eventi internazionali di grande importanza sui quali riflettere. C'è stato ad esempio il delicato vertice NATO di Bucarest dove, tutti insieme, sono venuti al pettine tutti i nodi dell'Organizzazione: i rapporti con la Russia, i limiti all'allargamento e all'esportazione di sicurezza e democrazia ai confini dell'ex Impero Sovietico - Georgia e Ucraina rimangono per ora ancora al di fuori dell'Alleanza Occidentale - e la difficile missione in Afghanistan, dove troppe poche truppe contribuiscono concretamente alla guerra contro i talebani.

Nessuna parola è stata detta, né da Veltroni né da Berlusconi, su un'eventuale rimozione dei nostri caveat in Afghanistan, quelle intese interalleate che consentono alle forze armate italiane di evitare l'ingaggio in scontri armati contro l'insorgenza fondamentalista. Per appena due giorni, alla fine di marzo, si è parlato, purtroppo a sproposito, di Libano e Iraq. Mostrando un'imprudenza diplomatica davvero incomprensibile per un ex navigato ministro della Repubblica, Antonio Martino ha ipotizzato il ritorno dei soldati italiani a Baghdad e il ritiro dal sud Libano, dove i nostri militari partecipano e guidano, con il Generale Graziano, la delicata missione UNIFIL II. Uscite davvero infelici, che hanno aperto un incidente diplomatico con Beirut e con il Palazzo di Vetro, creando forti imbarazzi al lavoro dell'Italia nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

Nessuna parola è stata spesa sulla prospettive europea e atlantica del Kosovo e dei Balcani, condizioni per la definitiva stabilizzazione della regione. Niente neppure sulla questione del nucleare iraniano: mentre la nostra diplomazia continua a sostenere, con non pochi dubbi, l'incremento delle sanzioni contro Theran, nulla sappiamo degli orientamenti della nostra classe politica su un dossier che continuerà ad occupare, per tutto il 2008 e oltre, l'agenda della politica internazionale.

In questo deserto d'interesse per la politica estera nazionale sono "brillati" solo i rozzi riferimenti leghisti all'ipotesi di "fare come a Pristina" - cioè promuovere la secessione del Nord del Paese - o i deliri del pacifismo integralista delle liste dell'estrema sinistra - Sinistra Critica, Partito comunista dei lavoratori (materiale di studio per l'archeologia politica) che hanno invocato ripetutamente il ritiro dell'Italia da tutte le missioni militari, ivi comprese quelle autorizzate dall'ONU.

Mentre i nostri principali candidati dimenticano di guardare il mondo è però anche il mondo che ci guarda con distacco. Oltre che con sgomento. Discutendo, tra luoghi comuni ed esagerazioni, delle nostre mozzarelle di bufala, dei vini avvelenati e della mondezza campana, giornali esteri e diplomazie internazionali si interrogano però, annoiati come noi, su una transizione politica che sembra non finire. Sulla nuova instabilità di governo che riporta gli italiani al voto dopo soli due anni. E che impedisce al Paese di presentarsi sulla scena internazionale con esecutivi solidi e affidabili. Mentre Ronald Spogli, l'ambasciatore americano in Italia, conferma da New York che le relazioni tra Roma e Washington resteranno positive "chiunque vinca le elezioni", alcuni nostri partner europei - la Germania della Merkel, la Spagna di Zapatero, la Gran Bretagna del laburista Brown - sembrano guardare con simpatia al partito di Veltroni. Solo il francese Sarkozy, incarnazione di un berlusconismo transalpino in tono minore, ha lasciato intendere una certa affinità politica con il centro-destra italiano.

Un po' a tutti, analisti e leader politici, la più grande novità appare però proprio quella del Partito democratico: comunque vada, l'Italia sarà infatti l'unico Paese d'Europa a non avere una forza maggioritaria della sinistra immediatamente identificabile nella famiglia del socialismo europeo. Aldilà di quest'anomalia, che fa dell'Italia la nazione d'avanguardia nel tentativo di americanizzare e modernizzare il sistema politico europeo, è però indubbiamente l'età anagrafica e politica di uno dei due principali candidati a suscitare perplessità diffuse tra gli spettatori mediamente interessati alla politica internazionale. Provate a spiegare ad un americano, ad un francese, ad un tedesco o ad uno spagnolo che Berlusconi è, per la quinta volta, candidato premier. Fatelo in inglese. Abituati alla normalità di stagioni politiche che non durano oltre il decennio, vi interromperanno tutti, sussurrando..."Again?". 

Un again che sintetizza la paralisi del nostro sistema politico. E la nostra immagine, stanca e sbiadita, sulla scena internazionale.