A modo mio

Senza corona e sanza scorta

di Lugi Troiani

Viaggiando negli Stati Uniti, grazie al differenziale positivo tra euro e dollaro, ho avuto la piacevole sensazione di  spendere senza sensi di colpa. Amici italoamericani hanno commentato: un tempo vi mandavamo il pacco e dieci dollari nella busta delle lettere. Se continua così, ci renderete presto la cortesia. Era una battuta, che però tradisce lo stupore degli americani di fronte alla continua perdita di peso del biglietto verde e il rampare apparentemente senza pausa dell'euro.

Lo strano è che, proprio mentre s'impone anche come valuta di riserva nel portafoglio dei Bric (Brasile, Russia, India, Cina) e dei produttori di energia del Golfo, l'euro conferma i limiti del suo rapporto con quelli che dovrebbero essere, a ragione, i maggiori tifosi del suo successo. A molti europei (certamente alle imprese che producono per esportare, e ai buying office che fanno commercio internazionale) la sua forza appare un fastidio indesiderato. Ci sono politici (alcuni di loro, mentre leggete l'articolo, stanno preparando le valigie per Roma) che, per non fare la fatica di gestire la forza che deriva dalla posizione dominante sui mercati finanziari, preferirebbero tornare a regimi valutari dove la svalutazione (e la speculazione contro i risparmiatori!) è la regola. La valuta governata dalla banca centrale di Francoforte, fa così la figura del re Carlo di Fabrizio de André che, privo dei segni inconfondibili del potere, torna dalla guerra in cerca di una pulzella che lo ami e trova una meretrice. Né "corona" né "scorta" per il principe delle valute, orfano dei padri che lo vollero e mal tollerato dal basso profilo dell'attuale stagione europea, in particolare italiana.

Occorre, nell'interesse dell'ordinato sviluppo dell'economia internazionale, che l'Europa assuma fino in fondo le responsabilità che le vengono non solo dal costituire la prima entità produttiva e commerciale al mondo, ma dal detenere una valuta che ben rappresenta questa situazione. E' evidente che sino a quando la sterlina britannica resterà fuori dall'euroclub, il dollaro continuerà ad esercitare la sua primazia, politica oltre che finanziaria, come valuta preferita di scambio e riserva. Il che non impedirà all'euro di continuare ad erodere posizioni al dollaro. Si tratta di una evoluzione ineluttabile, che in questa rubrica avevamo previsto in tempi non sospetti. Il dollaro continua (continuerà) ad essere la prima valuta al mondo perché "garantito" dal potere politico-militare di Washington, ma si indebolisce (s'indebolirà) per la stessa ragione, non potendo gli Stati Uniti tamponare il disordine e lo squilibrio monetario interno derivante anche dagli obblighi del suo ruolo internazionale, incluse costosissime guerre per conto di terzi renitenti alla chiamata. L'Europa, al contrario, può permettersi sviluppo economico e sociale non disturbato da obblighi di potenza, e di questa stabilità continuerà a risentire positivamente la sua valuta.

Gli Stati Uniti possono trovarsi ad implodere in termini economici e finanziari, come in termini politici e militari implose vent'anni fa l'altra superpotenza. L'Ue dovrà, un giorno o l'altro, chiedersi se vuole iscriversi al club delle potenze autentiche, nella scia che dopo Olanda Francia e Spagna, ha visto trionfare Regno Unito e USA. Sono temi sicuramente in circolazione a Washington, questa settimana, nei corridoi delle riunioni di G7 e Fmi. In quegli ambienti ci si chiede chi conferirà stabilità a un mondo dove, per la prima volta, cannoni moneta e industria/scienza non saranno tutti privilegio esclusivo della stessa potenza. Intanto la Cina che rappresentava il 7,2% dell'economia mondiale nel 2000, supera ora l'11%; gli Stati Uniti erano 23,7%, sono 21,3%.