Personaggi

Artista tra tifo e fantasia

di Ilaria Costa

 Incontriamo il 29enne artista bergamasco Andrea Mastrovito alla Foley Gallery di Chelsea dove si è appena conclusa la sua prima personale a New York City. Andrea è arrivato qui con una residency della durata di 6 mesi in quanto vincitore del Premio New York presso l'Italian Academy della Columbia University; martedì 15 aprile verranno presentati al pubblico i risultati del lavoro svolto in questi mesi.

Andrea si presenta all'incontro indossando con fierezza una maglietta con stampata sul petto la bandiera di Bergamo e confessa immediatamente di essere un accanito tifoso della squadra di calcio dell'Atalanta. Soprannominato "Mastro" dagli amici - come facile abbreviazione del suo nome - beve solo Sprite e suona musica heavy metal nel garage di Bergamo, dove è anche installato il suo studio; allo stadio è soprannominato "Giotto" per gli striscioni artistici da lui realizzati per la curva Nord. È insomma un personaggio originale, sicuramente ricco di quell'energia solare propria delle personalità dinamiche e sprizzanti. Ma quando parla della sua arte... non c'è che dire, si trasforma radicalmente!

Con la saggezza e la tranquillità di un autentico "Mastro", ci guida tra le sue opere della Galleria, citando Platone, Picasso, Boetti, Storia dell'Arte contemporanea e riferimenti filosofici. Il tutto reso gradevole da aneddoti pieni d'umorismo e da un profondo ottimismo, non facile da trovare nei giovani artisti.

Andrea è iperattivo e lavora giorno e notte; ci racconta di aver realizzato ed installato questa mostra in pochissimi giorni. Ha vinto proprio la settimana scorsa il secondo premio come miglior giovane artista emergente nella prestigiosa fiera di arte contemporanea "Pulse".

Il suo motto di vita preferito lo prende in prestito da Picasso: "Lavora e fai l'amore fino all'ultimo giorno della tua vita", espressione che ben si presta a riassumere la filosofia che informa i lavori del giovane bergamasco: produttività creativa e gioia di vivere.

Il suo medium preferito è la carta, che l'artista taglia strappa, manipola, incolla, disegna e piega. Andrea ci spiega che la sua passione per il mezzo cartaceo gli deriva dalle qualità primordiali proprie della carta, anche se fa ricorso senza condizionamenti anche a tutti gli altri media che la tecnologia oggi rende disponibili.

La sua installazione alla Foley Gallery "Black Bag: American Philosophy in Composition", composta da carta velina mantenuta insieme come un collage da migliaia di spille, ricopre interamente le quattro mura della Galleria facendoli vibrare di luci e  di ombre.

Ancora una volta l'opera di Andrea si distingue per la creatività, il coraggio, la grazia e anche quella casuale arroganza che la gioventù ha quando è cosciente dei propri mezzi: una gioia autentica.

Come carattere sei iperattivo, come artista iperproduttivo e molto veloce. Da dove nasce tutta questa energia creativa?

«Ilaria sei la prima persona a cui lo dico. No, davvero. Lo confesso solo a te, ma che rimanga fra noi. Mi raccomando. Nessuno lo sospetta, ma in realtà in giardino ho una piantina che fa miracoli. No, non è né maria né cocaina. E' una pianta di Supernoccioline. Ho dovuto riempire di botte SuperPippo, e comprarmi il silenzio di Topolino minacciandolo di mostrare a Minni le sue foto di Nonna Papera nuda, ma alla fine sono riuscito a rubargli questa piantina miracolosa. Così ora posso persino fare a meno degli assistenti (nel caso potrei comunque chiamare i sette nani, coi quali ho, invece, un rapporto ottimo, dopo aver procurato loro certi filmini privati di Biancaneve e del Principe Azzurro)».

La tua passione calcistica per l'Atalanta è stata un'ispirazione per alcuni tuoi lavori...raccontacela.

«L'amore per la mia squadra è l'amore per la mia città e la sua gente, dura e grezza, ma sincera. La Dea e la Curva Nord sono state e continuano ad essere una scuola di vita per me. Mai arrendersi, sempre provarci - e qui capisci anche da dove deriva, in fondo, "tutta questa energia creativa" - , ovunque e comunque, prima durante e dopo.

Ho persino ridipinto lo stadio, qualche anno fa, e ti assicuro che non è affatto piccolo! E le aste, gli striscioni, e le dimostrazioni con mio cognato contro la dirigenza, ricordi bellissimi che si rinnovano ogni anno. È una questione di fede, è amore incondizionato. In curva mi chiamano "Giotto", e questo mi fa sorridere sempre, e in curva ho trovato principi morali assenti in qualsiasi altro mondo, a cominciare dal mondo dell'arte, pieno di "posers" e...non farmi parlare, va'... »

La carta come tuo medium privilegiato che strappi, tagli incolli accartocci e manipoli in varie maniere: come è nata questa tua quasi ossessiva attrazione per il materiale cartaceo?

«Ogni tanto osservo i miei nipotini. No, non Qui, Quo e Qua, intendo le mie bestioline Daniel e Nicolas. Hanno 5 e 2 anni, e la prima cosa che cercano quando vengono dallo zio è un pezzo di carta da pasticciare. La carta è davvero la prima cosa che impariamo ad usare ed apprezzare. E ci cresci assieme: dai pastrocchi da bambino ai quaderni di scuola, ai libri, ai fumetti, alle prime riviste porno, ai bigliettini tipo "tu mi piaci", alla carta igienica che accompagna ogni giornata (se tutto va bene). E, al bisogno, hai sempre con te un pezzettino di carta su cui appuntare il numero di una bella figa o dell'elettrauto. E poi mille altri motivi, ma non ci stiamo più dentro con l'intervista poi...»

Cosa ti fa paura nella vita e cosa ti emoziona?

«Quasi nulla. Cioè, in realtà quasi tutto. Le nottate passate qui all'Italian Academy a lavorare sino all'alba sono state terribili, l'edificio di notte assume contorni tipo l'Overlook di Shining e da un momento all'altro ti aspetti un paio di gemelline apparire lungo il corridoio. A parte queste fisime nordamericane, non ho speranze, quindi, come riportava anche il buon Max Cavalera, nessuna paura. E le emozioni sono le persone che amo. E la Dea ovvio».

Dove hai appreso la tua abilità manuale... il gusto per la manualità?

«Non l'ha mai capito nessuno, questo! Ricordo solo una cosa: all'asilo ci davano dei cartoncini di Natale da traforare con una puntina seguendo le immagini predisegnate dalle suore. Cominciavo a seguire il disegno per circa trenta secondi, poi, siccome mi annoiavo, cominciavo a bucare il foglio a caso seguendo l'idea del momento. Le suore si arrabbiavano, buttavano via il cartoncino e, rassegnate, mi davano dei fogli da pasticciare liberamente... ».

Hai recentemente vinto il secondo premio alla Pulse Art Fair, hai ottenuto una Residency dall'Italian Academy di Columbia, hai delle gallerie prestigiose che ti rappresentano a New York, in Italia e in Europa, hai fatto molte collettive e personali... a 29 anni ti senti "affermato"?

«La pubblicità della Gatorade di una decina di anni fa, recitava più o meno così: Ogni giorno, un leone, si sveglia e sa che se vuole mangiare, dovrà correre dietro alla gazzella. Ogni giorno, una gazzella si sveglia e sa che se vuole vivere, dovrà correre più veloce del leone. Sembra una stupidata ma è un'ottima metafora della vita. E quindi anche dell'arte: se la gazzella o il leone si fermano, è finita».

L'episodio più strano che ti è capitato da quando sei nella Grande Mela?

«Mah, a parte che me ne succedono di ogni ovunque vada, comunque, a parte la salmonella presa il giorno esatto in cui è venuta qui a trovarmi la mia fidanzata (che sfiga..) e che, ovviamente, mi è durata fino al giorno della sua partenza, direi che è stato interessante ritrovarsi per caso, passeggiando, in un film di Eddie Murphy e fare da comparsa spalla a spalla con lui e spero non taglino questa scena nel montaggio finale!. Oppure seguire la messa in Carmine Street e ritrovarmi circondato da cinquanta supermodelle brasiliane tra cui Adriana Lima.. Ah, poi c'è il mio vicino di appartamento che mi perseguita e ha giurato di uccidermi perché la domenica mattina lo sveglio sempre verso le nove con urla inumane mentre seguo la partita dell'Atalanta... ».