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Storia di mala giustizia italiana

di Giorgio Mazzoni

Quando il giornalismo è veramente tale? Quando è supporto reale e indispensabile della società e specchio del tempo e dell'indipendenza da qualsiasi palazzo o lacciuolo? Può il giornalismo vero e soprattutto sano, fatto di entusiasmo e di verità, restituire la libertà ad un uomo che da più di vent'anni vive nella tetra cella di un penitenziario fra l'orrore dell'ingiustizia e l'irrefrenabile susseguirsi di incubi che da più di settemila giorni ed altrettanti notti si nutrono della sua anima e del suo sonno?

La risposta non solo è positiva ma riporta anche alla realtà di oggi ciò che un secolo addietro fu per Kafka, nel suo "Processo": un racconto onirico paragonabile solo ad un episodio di ordinaria cronaca nera.

Ma l'odissea di Antonino Spanò, un contadino ex carabiniere di San Piero Patti, piccolo centro nebroideo del Messinese, supera di gran lunga la fantasia e si propone come una vicenda cui non credere: Antonino Spanò per un esperimento giudiziario negato, che sarebbe durato un paio d'ore, ha trascorso ventuno anni, sei mesi e 15 giorni in carcere per un omicidio mai commesso. E non è uscito dal penitenziario di Porto Azzurro coi "piedi in avanti", come in gergo si dice di un detenuto che muore in carcere, sol perché un giovanissimo giornalista ha preso a cuore la sua vicenda e, sfidando tutto e tutti, ha lavorato per quattro anni fra incomprensioni e sarcasmi fino a giungere alla sua totale riabilitazione.

Questa storia vera inizia un giovedì come tanti altri dell'immediato dopoguerra siciliano. Ad Ucria, altro centro dell'entroterra distante 70 chilometri da Messina, viene ucciso l'anziano avvocato e possidente Francesco Baratta. Mentre l'anziana vittima tenta di reagire, un colpo di moschetto sparato da uno dei tre malviventi travisati penetrati nella sua abitazione di campagna, lo fulmina. I tre per farsi aprire dalla vittima svegliano e costringono il campiere Sebastiano Martelli a bussare alla porta del padrone ed a "dargli parola" per farsi riconoscere e quindi aprire. Tutto ciò avviene tra le 21 e le 21:30. Antonino Spanò, dopo una dura giornata di lavoro è a casa, in una contrada molto lontana dal luogo del delitto, assieme alla moglie ed ai suoi quattro figli. Era una serataccia. Pioveva a dirotto ed il cielo veniva illuminato in rapida successione da lampi mentre i tuoni risuonavano sinistri nelle campagne e richiamavano alla mente i boati delle bombe della recente guerra.

Sebastiano Martelli dapprima sostiene di non avere riconosciuto i malviventi però alla fine ammette di avere visto qualcosa e indica Antonino Spanò il quale viene arrestato e rinchiuso nell'ameno carcere di Raccuia.

Spanò era stato campiere della vittima, subito dopo il congedo dall'Arma dei carabinieri ed aveva perso il posto un paio d'anni prima dell'omicidio per una presunta speculazione su un estimo di avellane. Movente del delitto: per i giudici che lo condannarono all'ergastolo per omicidio a scopo di rapina la lite per il possesso di un'asina, peraltro da tempo regolata con la corresponsione da parte dello Spanò del corrispettivo in denaro al Baratta pari alla metà del valore dell'animale, seimila lire.

Antonino Spanò ha un alibi di ferro. Alle 19:30 era nella sua abitazione di contrada Sambuca, distante parecchi chilometri dal luogo del delitto. Diversi testimoni lo affermano in maniera inequivocabile. Ma ai giudici tutto ciò non basta. Al riscontro obiettivo dei fatti preferiscono dare credito, alle testimonianze della vecchia domestica del possidente ucciso, peraltro cieca e sorda, che ritratterà in punto di morte, e del figlio di Martelli, innamorato respinto di una delle figlie dell'imputato il quale senza alcun dubbio sostiene che l'imputato in un'ora scarsa avrebbe potuto raggiungere la casa della vittima, nonostante il buio e il temporale in corso. Se il giudice avesse disposto l'esperimento giudiziario, come del resto disperatamente invocato dalla difesa, per stabilire la durata del tempo di percorrenza dalla casa di Spanò a quella dell'omicidio tenendo conto dell'ora - alle 20 sui Nebrodi è notte fonda - e delle condizioni meteorologhe - la tempesta che infuriava, si sarebbe subito giunti alla provata impossibilità da parte dell'imputato di essere presente alle 21 sulla scena del delitto.

Invece l'esperimento fu negato e l'ex carabiniere-campiere condannato senza alcuna colpa "alla pena dell'ergastolo, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, alla perdita della patria potestà, dell'autorità maritale e della capacità di testare, alle spese processuali". Una sentenza resa più discutibile dal fatto che dalla casa della vittima non mancano oggetti preziosi e soldi che la vittima custodiva e dal mancato riconoscimento dei complici.

L'odissea giudiziaria di Antonino Spanò è ora raccontata in un libro di Giuseppe Messina, il giornalista che prese a cuore la vicenda e che dopo quattro anni di lavoro riuscì, grazie anche all'intervento di difensori del calibro di Tullio Trifilò, di Capo d'Orlando, e del senatore Giovanni Leone, futuro Presidente della Repubblica, a fare liberare e riabilitare il malcapitato.

Quando il giornalista riapre il caso nel maggio del 1965 con un articolo pubblicato su "La Tribuna del Mezzogiorno" dal titolo "Forse un innocente da vent'anni in carcere", comincia a mettersi in moto la macchina giudiziaria. L'attivismo del cronista ottiene l'effetto sperato perché poco tempo dopo alla Corte d'appello di Messina viene presentata l'istanza per nuove indagini sulla base di elementi non valutati nel processo di condanna, fatti nuovi che vengono ritenuti validi e sufficienti. Ma non basta perché è alla Cassazione che spetta la decisione finale e che arriva il 7 maggio del 1966 con una aggiunta che non faceva parte della richiesta: la libertà provvisoria d'ufficio al vecchio contadino che così può tornare al suo paesino quasi dimenticato e attendere con fiducia il processo di revisione.

La riabilitazione arriva in una calda giornata di giugno del 1969. Dopo 25 anni dall'arresto finalmente Antonino Spanò ottiene giustizia. Il pubblico accusatore, il dott. Aldo Cavallari, gli chiede perdono a nome della Repubblica. La Giustizia si riappropria della civiltà giuridica compromessa da una sentenza chiaramente frettolosa e non supportata da eventi probanti come una condanna tanto severa avrebbe richiesto.               Alla lettura del dispositivo di assoluzione con la formula più ampia l'ex carabiniere viene colto da una crisi di pianto irrefrenabile, quindi abbraccia con forza, prima dei familiari, il giovane giornalista Giuseppe Messina artefice della sua innocenza, i difensori e poi tutti gli altri che vogliono manifestargli solidarietà.

Antonino Spanò vivrà gli ultimi anni di vita come messo notificatore presso il suo comune di nascita, così in qualche modo "risarcito" dal sindaco del tempo Tino Santi Natoli. Con buona pace del boemo Franz Kafka: spesso la realtà supera la fantasia del romanziere.

Il libro "Il caso Spanò" con sottotitolo "Il piu grave errore giudiziario italiano", è stato presentato nel salone della bandiere del Municipio di Messina alla presenza di un folto pubblico, di magistrati e di autorità.

                                                               

 

Il Caso Spanò

Il più grave errore della storia giudiziaria italiana

Armando Siciliano Editore - pagg. 257 -

 € 18  www.armandosicilianoeditore.it