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Il creatore di NYC città d’arte

di Ilaria Costa

Gli eleganti locali dell'Istituto Italiano di Cultura sabato 29 marzo sera erano sontuosamente illuminati, ed esaltavano la presenza del bel mondo dell'Arte Contemporanea di New York City, anzi dell'intera scena artistica mondiale, attratti da un evento non a caso inserito, per la prima volta, nell'esclusivissimo elenco dei VIP Events dell'Armony Show.
Il motivo è la presentazione della biografia dello scomparso gallerista triestino Leo Castelli, dal titolo "Leo Castelli, L'italiano che inventò l'arte in America", biografia scritta da Alan Jones ed edita da Castelvecchi Editore.
L'occasione è il centenario della nascita del gallerista, conosciuto, per le sue evidenti caratteristiche aristocratiche, come il "gentiluomo dell'arte".
L'atmosfera è decisamente mondana, di quella inconfondibile mondanità che solo l'abbraccio di una certa ricercatezza italiana con l'energia cosmopolita di New York riesce - a volte - ad innescare e materializzare. In questa circostanza non poteva essere altrimenti, considerato che la regia dell'evento ha saputo attrarre e miscelare con armonia gli ingredienti giusti per la creazione di questo clima speciale: la raffinata personalità e la fama di seduttore di Leo Castelli, a cui la serata è dedicata, la presentazione di un libro che ripercorre con passione e precisione l'intensa vita professionale e sentimentale del più grande gallerista di tutti i tempi, l'avallo della Armony Show, la fiera di gallerie internazionali di arte più grande al mondo che si svolge annualmente a New York...e soprattutto gli ospiti: galleristi storici, collezionisti, famosi mecenati, esponenti dell'elite dell'arte contemporanea internazionale quali -tra gli altri- Alanna Heiss (direttrice del Moma PS1) ed artisti universalmente riconosciuti del calibro del fotografo d'arte Ralph Gibson.
Invitato direttamente dal direttore Miracco, Ralph Gibson ha incorniciato questo pezzo di mondanità con i suoi scatti raffinati, esposti nella Galleria dell'IIC; fotografie che catturano in modo evocativo l'essenza di questo uomo considerato da tutti un dandy, poliglotta dalle mille sfaccettature e ricercato casanova che ha scritto più di un importante capitolo della Storia dell'Arte del Novecento.
A cento anni dalla nascita di Leo Castelli, e a quasi dieci dalla sua morte avvenuta nel 1999 a New York, nel suo libro Alan Jones riesce a trasmettere al lettore lo straordinario intuito del mercante d'arte d'origine triestina, capace di risultati di assoluto rilievo. La scoperta e la valorizzazione, negli Stati Uniti, degli espressionisti astratti dell'Action Painting, di pittori del talento di Pollock e de Kooning, dei neodadaisti Robert Rauschenberg e Jasper Johns, dei protagonisti della Pop Art quali Andy Warhol, oltre che di Frank Stella e di Cy Twombly, sono i più rilevanti tra questi successi.
Ma non solo. Quando nel '62 Leo Castelli presenta nella sua galleria al 420 West Broadway le tele a fumetti di Roy Lichtenstein, New York ne rimane stupefatta e vagamente disgustata; ma in breve tempo dovrà riconoscere che la proposta di quel gallerista cambierà il corso dell'arte contemporanea. Leo Castelli intuendo le potenzialità creative e innovative di un gruppo di nuovi giovani artisti, li ha proposti ed imposti al mondo intero, spalancando le porte di New York alle successive generazioni di galleristi.
La serata si apre con la proiezione del documentario/intervista "Il signore dell'arte", realizzato dal giornalista Raffaello Siniscalco e Manuela Gandini tra il 1991 ed il 1993; dal filmato emerge un ritratto a tutto tondo del gallerista che ebbe un ruolo determinante nell'avvento della Pop Art americana. Le battute argute e ricche di senso dell'umor, le riprese di quando interagiva con gli artisti della sua "scuderia" o di quando flirtava con le sue molte conquiste femminili, oltre ad evidenziare la sua grandezza di mercante d'arte, sottolineano una delle caratteristiche che lo avevano distinto: la sua leggendaria eleganza! Così infatti si legge nella introduzione di Gillo Dorfles al volume di Jones: "Leo Castelli era un uomo davvero elegante, troppo ben vestito.... il resto è Storia dell'Arte! ".
Anche l'editore Alberto Castelvecchi, nella sua testimonianza che ha seguito la proiezione del documentario, non può esimersi dall'introdurre Leo Castelli come ‘arbiter elegantiae' mentre racconta di aver voluto pubblicare questo libro, nonostante il parere contrario del suo direttore alle vendite, proprio per divulgare e testimoniare la via italiana alla Pop Art e alle correnti contemporanee di maggior successo. La sua lungimiranza è stata premiata; fino ad oggi in Italia ne sono già state vendute ben 8000 copie!
La parola passa poi all'autore del libro, Alan Jones. Nel suo perfetto italiano, Alan, newyorkese, critico e curatore di mostre d'arte, da sempre uno dei massimi conoscitori della scena della Pop Art ed amico personale di Leo Castelli, racconta le imprese e le strategie del gallerista italiano che, sbarcato a New York per sfuggire alle persecuzioni razziali, scoprì i talenti dell'arte americana. L'autore descrive la genesi di questo libro, le sue frequentazioni new yorkesi insieme a Leo e la profonda influenza che Castelli ebbe nel reiventare radicalmente il modo di concepire il sistema delle gallerie negli Stati Uniti.
«Prima di Leo Castelli la galleria era come una gioielleria. Un posto esclusivo. Una fortezza.
Prima di allora la mentalità era: se io gallerista tratto in esclusiva Mondrian, Mondrian non deve essere esposto se non nella mia galleria e, se un collezionista lo vuole, deve venirlo ad acquistare da me. Prima di Leo Castelli la galleria era anche un luogo losco, come la libreria di un vecchio libraio a lutto in un film degli anni Trenta. Per entrare bisognava suonare. ».
Leo "per necessità" si sentiva costretto a creare un grande franchising internazionale, che corrispondesse a ciò che stava emergendo all'epoca - nei primi anni Sessanta - nella società: la comunicazione, la pubblicità, il viaggiare.
La società stava cambiando e la galleria doveva cambiare con essa!. E Castelli lo ha fatto negli anni Sessanta, e poi Settanta e così via... ».
Con l'abilità narrativa che ritroviamo nel suo libro, Alan Jones ricostruisce l'entourage culturale e sociale di New York City negli anni Sessanta e Settanta, in quei medesimi anni in cui Leo Castelli si muoveva, con le sue gallerie storiche, prima sulla Settantesima Strada Est e poi nel leggendario 420 di West Broadway:
«New York nell'autunno del Settantasei era in un momento molto peculiare. La città era sull'orlo della bancarotta. Tutta Broadway dalla Quattordicesima giù fino a Canal street era completamente abbandonata. Saracinesche serrate. Negozi chiusi. Una città più pericolosa di qualsiasi altra città: favolosa! ».
Da grande affabulatore Alan ci fa percepire come la biografia da lui prodotta sia ricca di testimonianze personali, di interviste indimenticabili e descrizioni di incontri con il gallerista che, già nel 1957 all'epoca della sua prima "Leo Castelli Gallery" statunitense, aveva chiaro il suo sogno e la sua personal mission «Mia intenzione è quella di scoprire nuove tendenze nell'arte ed essere io a certificare ed esporre ciò che sta accadendo dopo l'espressionismo astratto».
A parlare è infine la volta di Ralph Gibson, fotografo che non ha bisogno di presentazione, espressamente invitato, quale grande amico di Leo Castelli, a testimoniare con due parole la loro familiarità. Ralph ci restituisce memorie di grande freschezza, con aneddoti ed episodi condivisi...sottolineando- anche lui e ancora una volta - la mitizzata eleganza di Castelli e la sua fama di "tombeur de femmes"... «Tante donne, durante i mille party, sono cadute davanti al suo fascino immaginandolo "italiano". E non capendo quanto il suo modo di fare fosse profondamente "triestino", anzi "austro-ungarico" ».
Si è rivelata dunque vincente la strategia dell'Istituto Italiano di Cultura di coniugare l'omaggio all'illustre gallerista "italiano che inventò l'arte in America" con l'Armory Show weekend, quando l'intera città di New York si mobilita per la fiera più grande al mondo delle gallerie che espongono esclusivamente artisti viventi. Riteniamo che il Principe delle Gallerie ne sarebbe stato senz'altro soddisfatto!