A modo mio

La pagheremo cara

di Luigi Troiani

Il  titolo di un recente editoriale di Economist, "The end of cheap food", riassume i termini della questione che da qualche mese tocca il nostro rapporto con il cibo e i suoi costi. Nel grafico che accompagna l'articolo, la rivista mostra il movimento dei prezzi alimentari internazionali nell'ultimo secolo e mezzo (The Economist $ food index), evidenziando diverse fasi. Tra il 1850 e il 1920 i prezzi erano rimasti tra 50 e 100, impennandosi leggermente negli anni '30, per ristabilizzarsi appena sopra 100 sino alla crisi petrolifera del 1973. Il decennio successivo decuplicava l'indice che trovava nuova stabilità intorno al valore 1.000 sino a un paio di anni fa, per poi iniziare ad arrampicarsi di nuovo e crescere nel solo 2007 del 30%, per attestarsi a fine anno sopra quota 1.600. Gli economisti, nel frattempo, coniavano il termine agflation, per identificare le forti spinte inflattive in arrivo dai prezzi alimentari.

      I  consumatori delle nostre generazioni hanno conosciuto cibo sempre più a buon mercato e agricoltura sempre meno remunerativa. Hanno inventato montagne di rifiuti alimentari e un'obesità da eccessi a tavola. Complicato adattarli a un mercato che dà il prezzo dei cereali quintuplicato tra il 2000 e il 2008, e ogni altro prodotto, latte incluso, ai picchi storici nelle ultime settimane. Anche perché il fenomeno si accompagna alla salita dei prezzi di petrolio e gas, e la curva dei prezzi agricoli sembra destinata a salire ulteriormente, a causa di alcuni fenomeni di tendenza.

      Dal lato della domanda, si accrescono i consumi in oriente e nuovi mercati (il cinese medio mangiava 20 kg di carne nel 1985, oggi supera i 50 kg.; la Cina ha rappresentato nell'ultimo decennio il 40% della crescita di consumo globale di soia e carne), e si aggiungono alle diete asiatiche nuovi prodotti come pane e latte. Tecnologia e riscaldamento climatico spingono all'uso di biocarburanti (gli Usa hanno trasformato in biocarburanti il 30% del loro mais, l'Ue il 68% dei suoi oli vegetali), spingendo su i prezzi di mais e altri cereali, già sotto pressione per la crescente domanda di carne (produrre un chilo di carne bovina richiede otto chili di granaglie). Dal lato dell'offerta, gli sbalzi climatici causano imprevedibili siccità, eccessi di precipitazioni, altri fenomeni estremi, che danneggiano la regolarità delle produzioni agricole. Al tempo stesso, l'opportunità biocombustibili motiva l'abbandono o la sostituzione di colture tradizionali.

      Non tarderanno le conseguenze politiche e sociali della situazione, non tanto nei paesi ricchi dove il cibo conta non più del 10% del cesto della spesa, quanto nelle economie povere dove va dal 30% in Cina a più del 60% nell'Africa sub-sahariana. Alcuni segnali sono già arrivati: dalle rivolte di strada per il prezzo delle tortillas in Messico, alle dieci e più vittime delle risse scoppiate, in marzo, in Egitto, tra la gente accalcata in attesa di pane davanti ai forni. A rischio è in particolare un paese come la Cina, con l'inflazione al 9% alimentata anche dai consumi alimentari dei ricchi, e i contadini che potrebbero approfittare, come i tibetani, dell'opportunità delle Olimpiadi, per mobilitarsi. Sono particolarmente colpiti dall'aumento dei prezzi i poveri delle città del terzo mondo, mentre qualche beneficio potrebbe venire, a talune popolazioni rurali, dalla maggiore remunerazione del lavoro agricolo.

      Siamo chiamati a rivedere comportamenti obsoleti: il pieno di Suv vale il mais che nutre un uomo per un anno. Intanto il Programma alimentare mondiale dell'Onu, Pam, non ha fondi sufficienti agli acquisti di cibo per i paesi poveri, e le riserve alimentari sono ai minimi di trent'anni.