Il rimpatriato

Sindacati ed Alitalia in picchiata

di Franco Pantarelli

La definizione più benevola tra le tante cadute sui sindacati italiani impegnati a battagliare con Jean-Cyril Spinetta, il gran capo dell'Air France intenzionato ad acquistare la bistrattata Alitalia, è stata: "Un'altra eroica sconfitta come quella della Fiat". Il riferimento è alla lunga disputa del 1980 sulle ristrutturazioni che la casa automobilistica voleva fare e che si risolse con la famosa "marcia dei 40.000", cioè degli impiegati dell'azienda che sparigliarono tutto il gioco con il loro corteo "contro i sindacati" che si snodò nelle strade di Torino. In quel lontano episodio di allora Cesare Romiti, a quel tempo "tosto" amministratore delegato della Fiat, riuscì a imporre le sue condizioni ai sindacalisti improvvisamente denudati della loro forza. In questa faccenda dell'Alitalia, Monsieur Spinetta non ha neanche avuto bisogno di uno scontro fra diverse categorie di lavoratori: gli è bastato dire "allora non compro più" perché i sindacalisti si inginocchiassero pubblicamente ai suoi piedi per farlo tornare a discutere, sottintendendo che non si sarebbe più trattato di una discussione ma di una lunga serie di "sì" alle sue condizioni.

Ma perché a compiere questa escursione nei territori della storia sindacale e delle tecniche negoziali sono proprio io, che "per contratto" - in quanto reduce da vent'anni di America - dovrei dedicarmi a cogliere le analogie e le differenze fra Stati Uniti e Italia e la loro incidenza su chi si porta dentro le due mentalità, le due storie, i due sistemi di funzionamento, insomma le due culture? Perché in realtà anche in questa storia il parallelo si può fare. Negli Anni Novanta mi trovai ad assistere al fallimento della Pan Am e della Twa, due simboli tanto potenti nella percezione italiana della "American way of life" che il giornale per il quale lavoravo a quel tempo mi chiese di raccontare la storia di quelle compagnie chiedendomi espressamente di insistere sugli aspetti più "spettacolari" (e infatti gli articoli furono poi corredati con foto di personaggi famosi che scendevano da aerei Pan Am o Twa). Nell'immaginario italiano, infatti, l'idea che due simili giganti dell'aviazione civile americana e mondiale potessero fallire aveva semplicemente del clamoroso, per non parlare della grande portata che aveva il fatto che migliaia di persone sarebbero rimaste senza lavoro.

Ma in America (o almeno in quella che io ero in grado di raggiungere: i miei amici e conoscenti, la lettura dei giornali, i resoconti televisivi) quel clamore non ci fu. L'idea dominante era che se una compagnia fallisce vuol dire che non ha saputo far fronte alle regole spietate del mercato e che se uno perde un lavoro ne trova un'altro, magari trasferendosi senza tante storie in un'altra città o riciclandosi in una diversa attività. In Italia un ragionamento simile è pressoché inconcepibile ed è la stessa storia dell'Alitalia a provarlo. Secondo logica, infatti, la "compagnia di bandiera" italiana avrebbe dovuto chiudere - o essere venduta, o essere ristrutturata - almeno quindici anni fa, logorata com'era non dalla spietatezza del mercato ma dall'ingordigia dei politici che (poiché si trattava di una compagnia a capitale pubblico) si sentivano in diritto di gonfiarla di loro raccomandati, di nominare i suoi manager, di imporre decisioni in base a criteri per l'appunto politici, il più grave dei quali è stato quello di imporre l'ampiamento dei suoi voli a Malpensa, il nuovo aeroporto milanese, cosa che ha comportato costi - considerando anche il "peso" allora del potere sindacale - esorbitanti.

Non chiuse grazie al fatto che tutti i governi succedutisi hanno sistematicamente "coperto" i suoi debiti con un totale di quindici miliardi di euro, uno all'anno. Basterebbe già questo a far risaltare la profonda differenza con l'America, ma c'è dell'altro. Per esempio il fatto che il "contributo" dello Stato, oltre a non essere più accettabile, è anche espressamente proibito dalle norme dell'Unione europea. Oppure il fatto che il concetto che se uno perde un lavoro ne trova un altro qui non c'è mai stato. E' vero che ormai questi sono tempi di globalizzazione e di "flessibilità", ma è anche vero che per ora questa novità in Italia si è tradotta solo in una decurtazione delle paghe di chi lavora. Lo dicono i dati statistici e soprattutto lo sanno perfettamente i milioni di persone che non riescono più ad arrivare alla fine del mese. Gli unici a non essersene accorti sono stati i sindacati, che hanno preteso di negoziare com Monsieur Spinetta nel modo "tradizionale", e Silvio Berlusconi che ha tuonato contro la "colonizzazione francese". Ma la sua non è miopia: è solo un - volgare, come al solito - tentativo di premere sul patriottismo nella speranza di prendere qualche voto in più