PUNTO DI VISTA/ Roma: il quartiere di San Lorenzo

di Toni De Santoli

IL quartiere di San Lorenzo si trova fra la Stazione Termini, il cimitero del Verano e la Via Tiburtina. Bello in senso classico, estetico, non è. I suoi caseggiati, o molti di essi, nulla hanno della grazia presente invece in tanti altri quartieri di Roma. C'è qualcosa di severo e di cupo in questi massicci, grigi edifici e perfino nei villini, piuttosto vecchi, che si contano sulle dita d'una mano. E' edilizia popolare degli anni compresi, grosso modo, fra il 1895 e il 1920. Edilizia che, tuttavia, risolse grossi problemi quotidiani a decine di migliaia di famiglie proletarie o piccolo borghesi.

La mattina del 19 luglio 1943, San Lorenzo (scalo ferroviario) fu bombardato dall'aviazione alleata. I morti, soprattutto donne e bambini, furono all'incirca tremila. Sotto quelle bombe perse la vita anche il celebre direttore del "Messaggero" Virginio Gayda, che là abitava. Ma qualcosa di quel bombardamento che affrettò la caduta del fascismo (il 25 luglio), è rimasto nell'aria e quindi nello sguardo, malinconico o pensieroso, di donne sugli ottanta-ottantacinque anni. Ma vi è rimasto anche perché San Lorenzo nei quattro quinti della sua estensione è tuttora un rione saldamente romano, saldamente italiano, in una Roma che ormai accoglie moltitudini provenienti da mezzo mondo. 

Perché questo? Forse, in origine, proprio per via di quell'atroce 19 luglio '43. Per molti, restare a San Lorenzo rappresentò un atto di devozione verso i figlioletti, le mamme, i papà, le nonne, le sorelline e i fratelli inghiottiti quel giorno dalla voragine della guerra. Sarebbe sembrato irriverente, ingiusto, anche volgare verso tutti quei morti andare a vivere altrove. Sarebbe apparso come la egoistica ricerca di un oblio oltretutto irraggiungibile. Sarebbe stato come voltar le spalle a anime che non potevano più esprimersi. Poi gli anni passano, tu nemmeno te ne accorgi, resti dove sei. Ma ci resti con convinzione. E' così che in questo quartiere l'identità rionale (in diminuzione alla Garbatella e a Testaccio, sparita a Monti e perfino a Trastevere!) è ancora diffusa, robusta, "sacra". A San Lorenzo - in un'atmosfera di dignitosa povertà o di agiatezza tutt'altro che ostentata - si trovano famiglie che vivono nello stesso appartamento o nello stesso stabile da tre, anche quattro generazioni. Ci vivono bene, gli affitti sono singolarmente bassi, parecchi immobili sono stati nel frattempo riscattati.  Le norme condominiali sono ferree. Sono all'antica.

Entri in una cartoleria e il proprietario (che tuttora indossa con decoro giacca e cravatta di basso costo) ti saluta con garbo, quasi con deferenza. Acquisti soltanto una biro da due euro, ma lui ti tratta come se stessi comprando una stilografica (fra le poche rimaste al mondo...) da quaranta euro o un accendino da dieci o venti euro. Fai per la prima volta il tuo ingresso in un dato caffè e il barista ti si rivolge con affabilità mentre in locali del centro o anche di periferia se non sei un cliente fisso oggigiorno il "banchista" neppure ti guarda (o, sennò, fa l'untuoso, il servile; il chè, forse, è ancora peggio). Ti giri intorno nelle vie e nelle piazze di questo quartiere ancora comunista e noti donne e uomini - dall'aria alacre, fiera, ma rilassata - che nell'abbigliamento e nei modi non imitano affatto i ricchi della Camilluccia, dei Parioli, di Via del Babuino. Ricchi imitati, invece, dalle parrucchiere e dalle segretarie, dagli impiegati e dai negozianti improvvisati della Laurentina, di Centocelle, di Viale Marconi.

Ci siamo tornati giorni fa a San Lorenzo. Ancora una volta è stato come prendere una boccata d'aria fresca. In alcuni dei suoi angoli l'Italia è ancora bella. Bella e gradevole.