Il rimpatriato

Il ritorno dei barbari

di Franco Pantarelli

Mi è capitato più volte di fare il raffronto fra l'Italia lasciata tanti anni e fa, quando cominciai l'avventura americana, e quella ritrovata ora, e mi è capitato altrettante volte di concludere che l'"allora" lasciatomi alle spalle - sebbene più povero e peggio organizzato - era comunque migliore dell'"adesso" che ho trovato, almeno dal punto di vista dei rapporti umani. E proprio il fatto che mi era capitato così spesso di "preferire" il passato mi aveva indotto a sospettare che forse ciò che mi trovavo a rimpiangere non era l'Italia di allora ma il sottoscritto di allora, giovane, attivo e con "tutta la vita davanti". Così mi ero ripromesso di evitare i raffronti fra Italia lasciata e Italia trovata per non incorrere nel banale "ah, una volta...", fatto di nostalgia ma non necessariamente di aderenza alla realtà.

Stavolta però il "basta con i raffronti" devo interromperlo e a indurmi a farlo è Barbania. No, non il piccolo paese toscano di Barbiana dal quale don Lorenzo Milani riuscì a lanciare la sua sfida potente a un sistema scolastico che discriminava i poveri condannandoli perennemente alla loro condizione, bensì un paesino del Piemonte il cui nome è l'anagramma. A Barbania non si discriminano i poveri ma i disabili. O meglio un disabile particolare: un bambino di nome Marco. La diagnosi è che Marco è affetto da autismo, ma il suo problema è un po' più complicato. In pratica, il suo sistema nervoso gli impedisce le cose che nei bambini sono connaturate come giocare, correre nei prati, guardare le cose con curiosità, eccitarsi di fronte a qualcosa di nuovo. Lui di fronte a uno sazio aperto scappa, se viene meno qualcuna delle abitudini che i suoi genitori sono riusciti - con tanta pazienza e tanto amore - a dargli "entra in crisi e si fa del male da solo", spiega il padre.

Così per consentirgli di andare a scuola è stato creato un meccanismo cui lui - dopo una paziente opera di convincimento e il lavoro tenace di uno psichiatra - ha finito per conformarsi. Il padre lo accompagna in automobile fin davanti al portone della scuola e lì c'è un insegnante di sostegno pronto a portarlo subito all'interno prima che lo spazio aperto lo ferisca. Poi Marco partecipa all'attività scolastica sempre con l'insegnante di sostegno che lo segue passo passo e quando le lezioni sono finite viene riaccompagnato all'auto di papà, che deve essere pronta ad accoglierlo sempre nello stesso punto. Per rendere possibile questo rito - considerato l'unica speranza perché piano piano Marco riesca a superare la sua condizione - sono state necessarie due cose: una deroga al divieto per le auto di accedere a quella strada nell'ora di entrata e uscita dei bambini e uno spazio, delimitato con delle strisce gialle, dove il papà di Marco possa parcheggiare e farsi trovare pronto a riportarlo a casa.

Nell'Italia di "una volta" (eccola spuntare l'espressione proibita) una storia così avrebe commosso tutti. Nella Barbania di oggi le mamme degli altri bambini vogliono Marco fuori dai piedi, con la scusa che l'auto del suo papà mette a rischio la sicurezza dei loro vivaci pargoli e con la contestazione del "privilegio" costituito da quello spazio per parcheggiare. All'inizio erano mugugni, poi le signore sono passate ai "picchetti" davanti allo spazio del parcheggio e infine alla "barriera umana" per impedire al papà di Marco di accedere alla strada. Nella confusione, lo specchietto dall'auto ha toccato una delle signore in barriera e questo "incidente" ha dato il destro al sindaco di emettere la sua brava ordinanza: niente più spazio per parcheggiare (le striscie gialle sono state cancellate in un attimo), niente più permesso di accedere alla strada in auto e naturalmente niente più scuola per Marco. Finalmente il "vero" scopo è stato raggiunto. Barbiana, quella di don Milan, è davvero lontana