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INTERVISTA / Quando la musica è nel Dna

di Gina Di Meo

Roberto Abbado, 54 anni, sarà impegnato al Metropolitan Opera Theater fino al 10 aprile nella direzione di Ernani di Giuseppe Verdi. Milanese di nascita, è figlio di Marcello Abbado, ex direttore del Conservatorio di Milano e nipote di uno dei più grandi direttori d'orchestra italiani, Claudio Abbado, nominato nel 1969, a soli 35 anni, direttore musicale del Teatro alla Scala di Milano. È considerato tra i primi direttori a livello internazionale sia nel repertorio sinfonico che in quello operistico. Abbiamo incontrato Abbado il week end precedente la prima di Ernani il 17 marzo.

Maestro, con uno zio direttore d'orchestra ed un padre pianista e direttore di Conservatorio, la sua carriera sembrava quasi predestinata...

«A dir il vero anche mio nonno era musicista e insegnava violino al Conservatorio "Giuseppe Verdi" di Milano. In realtà, nonostante la mia fosse una famiglia di musicisti, io da bambino avevo altri interessi, avevo la passione per le cose meccaniche, in particolare per gli aerei».

E quando ha iniziato invece ad interessarsi alla musica?

«A 15 anni c'è stata una svolta. Suonavo già abbastanza bene il pianoforte ma poi ho avuto la possibilità di dirigere un piccolo coro al Conservatorio di Milano e lì mi è venuta la passione per la direzione».

Lei ha studiato direzione con Franco Ferrara alla Fenice di Venezia e all'Accademia di Santa Cecilia di Roma ed è stato l'unico studente nella storia dell'Accademia a dirigere l'Orchestra di Santa Cecilia.

«Sì, avevo 23 anni e gli orchestrali chiesero alla direzione dell'Accademia di invitarmi a dirigere un concerto sinfonico a Rieti, poi da lì, sempre a 23 anni, ho diretto la mia prima opera Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi a Macerata ed è stato meraviglioso perché avevo un grande cast. C'erano tre mostri sacri come Renato Bruson, Cesare Siepi, Ilva Ligabue».

Dopo aver diretto in diversi teatri in Europa e in Italia, tra cui Parigi, Monaco, Amsterdam, Torino, Firenze, Milano, lei ha debuttato negli Stati Uniti alla fine degli anni ottanta e ora è qui quasi stabilmente, cosa le piace di questo paese?

«Sì gli Stati Uniti sono il paese dove lavoro principalmente. Mi piace qui perché ci sono dei musicisti magnifici, con una preparazione straordinaria. Le cose sono molto bene organizzate e anche tra i musicisti c'è un grande senso della comunità, nel senso che si è orgogliosi si appartenere ad una determinata orchestra».

In Italia invece...

«In ambito musicale non si possono fare paragoni. Si tratta di due società strutturate in modo diverso e la prima differenza è di tipo economico. Siamo in un periodo di crisi economica per entrambi i paesi e la musica è la prima a soffrirne perché è una forma d'arte che rende poco e ha bisogno di essere sostenuta. In Europa e in Italia il sostegno viene principalmente dallo Stato e in periodi difficili i primi tagli vengono fatti ai settori artistici. Ciò non dovrebbe avvenire a meno che non si cambi società cercando di renderla più simile al modello americano, dove ci sono i privati che investono».

L'opera è davvero così in crisi in Italia?

«Non è una crisi a livello di pubblico perché in Italia ci sono ancora appassionati ferventi, il problema sono i "rubinetti chiusi" e poi noi italiani, a differenza di altri popoli, abbiamo il difetto di criticare sempre noi stessi».

Lei ha lavorato e continua a lavorare molto anche in Italia ma perché ha scelto di svolgere la sua carriera principalmente all'estero?

«All'estero ci sono sicuramente più opportunità e non solo per la musica, in Italia si può lavorare bene ma prima bisogna fare esperienze all'estero».

Il solito discorso, siamo il paese che non dà chance ai giovani.

«Ammiro molto gli Stati Uniti perché premia i giovani e tutti i riconoscimenti servono a dare loro fiducia, ad andare avanti, in Italia invece i premi vengono dati quando sei già affermato».

Perché secondo lei c'è questo percorso al contrario?

«Perché dà prestigio al premio avere una persona affermata, ma ripeto dovrebbe essere il contrario, i premi vanno dati ai 25nni non ai 50nni».

E c'è speranza di cambiamento con le nuove generazioni?

«Purtroppo no ed è un discorso che faccio con amarezza. Peccato perché in Italia c'è un potenziale enorme e abbiamo quel qualcosa in più che gli americani ad esempio non hanno».

Che tipo è Roberto Abbado uomo e non musicista?

«Sono una persona con una doppia personalità... nel senso che sono serio e determinato in certe cose, soprattutto in campo professionale, ma anche uno che ha molta voglia di divertirsi e prendere la vita con leggerezza e ritengo che il sorriso sia necessario per affrontare la vita».

E in ambito professionale qual è la sua caratteristica o meglio la sua dote?

«Non sono per la rigidità e ricerco libertà nel far musica. Tuttavia anche in questa libertà c'è un rigore che viene dalla precisione e disciplina».

Qual è il suo compositore preferito?

«Beethoven perché unisce sentimenti profondi con la razionalità e fa sì che la sua musica sia molto logica e allo stesso tempo passionale e comunicativa e se ho anche un'altra possibilità direi Schubert perché è umano e struggente. Nel campo dell'opera, invece, Verdi perché è un po' come Beethoven».

Che cosa pensa delle opere contemporanee?

«Mi interessano moltissimo. Ho diretto Teneke di Fabio Vacchi in anteprima mondiale alla Scala di Milano e a giugno dirigerò Phaedra di Hans Werner Henze a Firenze. È un panorama vastissimo e per tanti gusti. Oggi i linguaggi sono tantissimi e non sempre a scapito della qualità. In fondo succedeva anche nel passato, non tutto ciò che si produceva restava e se oggi, tra tutte le produzioni contemporanee, nel giro di dieci anni rimarranno uno o due titoli direi che siamo già a una buona media».

Pensa che avremo altri Verdi o Beethoven?

«Chi lo sa, cerchiamo di essere possibilisti. Il tempo fa cambiare opinioni, prendiamo ad esempio il caso di Gustav Mahler, per anni è stato preso in considerazione solo come direttore d'orchestra e non come compositore. Negli ultimi quarant'anni invece è stato rivalutato ed è considerato un grande della musica».

Torniamo alla sua carriera, ha progetti futuri con il Metropolitan?

«Al momento no, ci tenevo a fare Ernani perché mancava da 25 anni e sono contento che lo abbiano proposto a me. È un'opera che si fa poco perché richiede quattro grandi cantanti e il Met li ha trovati con Marcello Giordani, Ferruccio Furlanetto, Thomas Hampson e Sondra Radvanosky. Dopo il 10 aprile tornerò in Italia, prima a Torino e poi a Firenze».