Il rimpatriato

L'Italietta che tortura

di Franco Pantarelli

L'Italia è piccola rispetto agli Stati Uniti. Lo è nel territorio, nel numero di abitanti, nella ricchezza che crea, nella quantità di Premi Nobel che produce, eccetera. In pratica, qualunque sia il campo in cui si voglia fare un raffronto, gli Stati Uniti risaltano nella loro grandezza e l'Italia appare in tutta la sua piccolezza. E tuttavia c'è un caso in cui le cose hanno seguito un diverso percorso. La vittoria finale, come sempre, appartiene agli Stati Uniti, ma il "primo esperimento" è avvenuto in Italia, anche se i tempi per prenderne atto sono stati tanto lunghi da risultare appieno solo in questi giorni.

Il caso è quello della "piccola Guantanamo" italiana, che per venire alla luce non ha neanche avuto bisogno di una cosa spaventosa come il 9/11. Il suo nome è Bolzaneto, una località un tempo fiore all'occhiello della Repubblica Marinara di Genova, poi decaduta in seguito all'annessione al Regno dei Savoia (l'embrione dello Stato Italia), poi tornata a splendori artistici e architettonici, poi semidistrutta dall'impetuoso sviluppo industriale e infine adagiatasi su una tranquilla vita di provincia odierna che con la sua pacatezza e il suo artigianato è divenuta parte della "fuga dalle città" (in questo caso Genova), una tendenza molto di moda in questo periodo in Italia.

La "fuga" che ha portato Bolzaneto alla notorietà, però, non è "da Genova" ma dalla legalità, dalla democrazia, dal vivere civile perpetrata da una banda di "tutori dell'ordine" in seguito ai disordini avvenuti a Genova in occasione della riunione del G8 nel giugno 2001. Doveva essere una manifestazione pacifica, quella organizzata per protestare contro la "gobalizzazione" che stava prendendo piede proprio allora, ma degenerò in scontri che si protrassero in gran parte della città e per tutta una giornata. Le forze di polizia, che non avevano saputo o voluto contenere i disordini (e chissà che in quel loro fallimento non avesse contribuito anche l'inopinata presenza dell'irresoluto Gianfranco Fini, allora vice primo ministro, nella loro "sala operativa"), si mostrarono invece efficientissime nell'organizzare la vendetta. Centinaia di persone furono arrestate indiscriminatamente, senza distinguere fra chi manifestava e chi provocava, fra i giovani con le fregole rivoluzionarie e gli adulti che cercavano di calmarli, fra i dimostranti e quelli che passavano per caso.

Che fare con tutta quella gente arrestata? La soluzione era stata di portarli tutti a Bolzaneto, dove fra le botteghe artigiane dei giorni presenti e i torrioni delle rocche risalenti a secoli fa c'è una caserma. Lì, lontano dai fragori della città, ci sarebbe stato il modo di chiarire il comportamento di ciascuno di loro e di stabilire il reato del quale accusarli. Non era così. Appena arrivati, gli arrestati furono sottoposti a un pestaggio selvaggio il cui risultato fu un gran numero di nasi rotti, braccia spezzate, perdita dell'udito per alcuni, profonde ferite in testa per altri, minacce di stupro (alle ragazze), sputi in faccia, calci nei genitali, insomma tutte le porcherie di cui sono capaci gli esseri umani quando dimenticano di essere tali.

Poi, certo, i fasti della Guantanamo "vera", Abu Ghraib, le prigioni segrete della Cia, il waterboarding, George Bush che rinnega la Convenzione di Ginevra, hanno oscurato tutto e restituito alla sua piccolezza l'Italia, che alla "scientificità" con cui l'America è stata trasformata da prima democrazia del mondo a Paese dove si tortura, tutto ciò che ha da contrapporre è l'idiota cattiveria di una banda di mascalzoni in divisa e la loro stantia mancanza di fantasia. Nella minuziosa ricostruzione dei fatti compiuta dalla magistratura è emerso che nella notte brava di Bolzaneto sono risuonati: 48 volte il richiamo al "duce"; otto volte i nome di Mussolini; 28 volte quello di Pinochet; 9 volte quello di Hitler e una sola volta proprio quello che, quanto a durata, li ha per così dire sepolti tutti: Francisco Franco.