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PRIMO PIANO/ANNIVERSARI A trent'anni dal dramma Moro

di Valentina Soluri

Una storia che si sviluppa come un dramma dei tempi classici; un uomo politico troppo scomodo, uno Stato incapace di trovare una soluzione diversa dalla scelta di sacrificare il singolo per un supposto bene maggiore. È il caso Moro, a trent'anni dal rapimento e uccisione dello statista, visto da Giovanni Bianconi, inviato del Corriere della Sera dal lungo passato di studioso delle Brigate Rosse, che nel suo nuovo libro "Eseguendo la sentenza" (edito da Einaudi) ripercorre i cinquantacinque giorni del sequestro di Aldo Moro con un'attenzione speciale alla dimensione privata della sua tragedia. E con una convinzione di fondo, esplicitata già nel titolo che cita il "comunicato numero 9" delle Br: l'uccisione di Aldo Moro fu soltanto l'ultimo atto di una decisione terroristica già stabilita nel giorno del rapimento, di fronte alla quale una debole Repubblica non fu capace di vincere chi attentava alla democrazia. Abbiamo discusso con l'autore del libro: un testo eccellente e ben scritto, ideale specialmente per chi voglia avvicinarsi per la prima volta al caso Moro tramite una narrazione coinvolgente ed emotiva.

Vorrei partire dalle prime pagine del suo libro, che apre il sipario della storia con il telegiornale della sera precedente al rapimento di Moro. Uno scorcio dell'Italia, ma che Italia era? Diversa o simile, rispetto a quella di oggi?

"Sicuramente diversa: sono cambiate tante cose, soprattutto dal punto di vista materiale. Certo, i problemi che doveva affrontare erano simili: in politica vi era in primo piano la guerra tra Israele e il Libano, si parlava delle elezioni in Francia. Potrebbe sembrare tutto uguale, eppure erano profondamente diverse le condizioni di vita: non c'era la tv a colori, non c'erano i computer, non c'erano neanche i telefoni cellulari, cosa che ebbe un peso nelle comunicazioni all'epoca del sequestro. Di conseguenza anche le Brigate Rosse erano differenti dall'organizzazione che si è ripresentata con quel nome nel '99."

E sembra che il Paese, in quel momento storico, fosse in qualche modo preparato alla loro azione; che l'opinione pubblica abbia reagito con grande prontezza all'annuncio del rapimento.

"Il terrorismo era all'ordine del giorno; l'Italia era ben abituata alla violenza, un ferimento o un omicidio venivano considerati una cosa normale. L'azione delle Br, soprattutto per via dell'uccisione della scorta, lasciò il Paese sgomento perché nessuno immaginava che quel gruppo potesse arrivare a colpire tanto in alto. Però hanno fatto molto più scalpore i singoli omicidi commessi dal terrorismo a cavallo tra gli anni '90 e il 2000, in un periodo cioè nel quale si credeva che questi fenomeni fossero stati ormai completamente rimossi."

Un paio di domande sui personaggi che lei sceglie di dipingere nel suo libro. Il primo che mi incuriosisce è Corrado Guerzoni, portavoce di Moro, che di recente ha rilasciato una lunga intervista a Lucia Annunziata ribadendo che, sul caso Moro, sono ancora moltissimi i segreti non rivelati. Cosa ne pensa?

"Guerzoni stesso ammette di non avere detto molte cose, quindi che ci siano dei ancora segreti è abbastanza scontato. La sua è una visione molto politica, e anche molto ampia, della macchina che si è mossa dietro a Moro, e include determinate condizioni internazionali che avrebbero facilitato la decisione delle Br. Tutte queste ipotesi non sono necessariamente false, ma credo vada sempre tenuta presente la genuinità dell'azione delle Br. La loro volontà e il loro potere politico esistevano; poi, che qualcuno abbia giocato con loro e tentato di condizionarle, questo è possibile. Ma Moro è stato ucciso dalle Br, e su questo non ci sono dubbi."

E Andreotti? Il ritratto che esce dalle sue pagine è quello della lucidità intellettuale impassibile, ma spietata.

"Sì, il suo tratto caratteristico è senz'altro l'imperturbabilità, anche se poi viene messa a dura prova: perché, in fondo, Andreotti in questo periodo storico era il braccio destro di Moro, e partecipava a ciò che Moro stava realizzando. La sua figura personifica lo Stato come entità astratta, che prescinde dalle persone e non si fa condizionare da nulla; arrivando a mentire anche a se stesso, come è evidente per esempio da alcuni passi del suo diario."

Lavorando a questo libro, qual è invece il profilo umano che ha potuto tratteggiare di Aldo Moro?

"Al contrario di Andreotti, la sua particolarità era proprio quello di sapersi scindere dallo Stato e dalla ragione di Stato; in lui, i due aspetti pubblico e privato si fondevano, tanto che nelle sue lettere dalla prigionia in più di un'occasione manifestò il sospetto di essere stato preso di mira personalmente, assieme alla propria famiglia, e giusto nel momento in cui il ritiro dalla politica non era poi così lontano. Fu un uomo che si rese conto di avere pagato per tutti, e che cercò fino alla fine di evitare questo dramma non solo per sé, ma anche per l'Italia; perché la sua consapevolezza fondamentale era che uccidendo lui, il problema non si sarebbe certo risolto."

E il problema, in effetti, non si è risolto. È dunque cambiata in peggio l'Italia dopo l'omicidio di Moro?

"La storia d'Italia è cambiata radicalmente. È finita l'era dell'avvicinamento tra il partito comunista e il governo, ed è iniziata al suo posto l'alleanza tra Dc e partito socialista, che poi era destinata a precipitare nel '92 con Tangentopoli, e che oggi..."

Oggi?

"... e che oggi trova la sua evidente continuazione in Berlusconi, che altro non è, politicamente parlando, se non il proseguimento dell'opera avviata dal Caf di Craxi, Andreotti e Forlani".