Analisi

I voti silenziosi sull'Iran

di Valerio Bosco

Lo scorso 3 marzo il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una nuova risoluzione (1803) che rafforza le sanzioni adottate sin dal 2006 contro l'Iran: il regime degli Ajatollah è stato nuovamente accusato di non cooperare in maniera efficace con l'Agenzia Internazionale per l'energia atomica, l'organo incaricato di verificare che il programma nucleare di Theran abbia una natura civile e non militare. Il Palazzo di Vetro ha posto nuovi limiti ai viaggi internazionali delle autorità iraniane, ha decretato un nuovo congelamento degli assetti finanziari di persone o entità coinvolte nelle attività di arricchimento dell'uranio ed ha accresciuto altresì la vigilanza e il controllo sulle istituzioni bancarie iraniane all'estero. Non c'è dubbio, dunque, che le misure adottate promuovano di fatto un isolamento economico internazionale dell'Iran dal mercato mondiale: secondo diversi analisti, le grandi multinazionali saranno chiaramente orientate a cercare altrove nuove opportunità di investimento. Una situazione che rischia concretamente di accrescere la penuria di quei capitali esteri di cui l'Iran ha bisogno per costruire le proprie infrastrutture essenziali.

 L'Italia, tra i maggiori partner commerciali del regime iraniano - FIAT, Eni sono i principali protagonisti delle nostra presenza economica in Iran - è naturalmente interessata ad evitare una crescita dell'isolamento di Theran e non ha mai manifestato interesse ad entrare nel terzetto europeo Parigi-Berlino-Londra impegnato in delicati negoziati con le autorità iraniane e da qualche tempo di fatto svuotato dall'azione istituzionale dell'UE condotta dall'Alto Rappresentante Solana. C'è però un particolare aspetto che dovrebbe accrescere sensibilmente le responsabilità e la visibilità del nostro Paese. L'Italia - troppo spesso ce lo dimentichiamo - è dal gennaio 2007 membro non permanente del Consiglio di Sicurezza. L'organo che ormai da due anni ha ingaggiato un braccio di ferro diplomatico con Theran. Sin da quando l'Italia è entrata in Consiglio, il Palazzo di Vetro ha approvato due risoluzioni contro Theran, la 1747 (2007) e la più recente, la 1803. In tutti e due i casi l'Italia ha votato in favore delle sanzioni contro il regime iraniano. In nessuno dei due casi però, la nostra delegazione al Palazzo di Vetro ha preso la parola per spiegare le ragioni del voto né per articolare almeno la propria posizione. Una posizione allineata a quella dell'UE per motivi di lealtà, ma indubbiamente più comprensiva delle ragioni di Theran e certamente sensibile ai nostri interessi economici nel Paese. Quello che sembra porsi è pertanto un problema di trasparenza e chiarezza. Il nostro silenzio all'ONU non può che sorprendere se confrontato con la scelta di altri Paesi presenti in Consiglio - Belgio e Croazia nel 2008, Slovacchia nel 2007 - di esporre la propria posizione nazionale accanto a quella ufficiale dei negoziatori UE o di Francia e Gran Bretagna, i due Paesi UE membri permanenti del CdS.

Qualche giorno fa, in un intervista al quotidiano il Riformista ministro degli esteri Massimo D'Alema ha affermato la necessità di "riconoscere all'Iran il diritto al nucleare civile, ovviamente in un quadro di garanzie di controlli che assicurino contro il rischio della proliferazione nucleare", ma anche sottolineato come la Comunità Internazionale debba puntare all'integrazione dell'Iran piuttosto che al suo isolamento. Un'idea che sembra ricordare quella ancor più discussa (e discutibile) spesso evocata dallo stesso D'Alema sulla necessità di "parlare e non isolare Hamas", il gruppo fondamentalista responsabile della situazione di stallo nella madre di tutte le crisi mediorientali, quella israelo-palestinese.

Tornando però all'Iran, il malessere oggi esistente presso le èlites economiche e sociali del Paese verso il Presidente Ameninejad sembra proprio legato alle sanzioni dell'ONU. La fazione del Presidente è di fatto giudicata responsabile della crescita della tensione diplomatica con le Nazioni Unite e potrebbe patire una perdita di consensi nelle (non libere) elezioni parlamentari che si svolgono in questi giorni. Di fronte a tale situazione, se l'Italia non crede del tutto alla linea dura delle sanzioni, se ritiene di poter influenzare in modi diversi la diplomazia iraniana perché non dovrebbe dirlo o spiegarlo pubblicamente nella prestigiosa istituzione internazionali in cui è presente?