A modo mio

Non si torna indietro

di Luigi Troiani

Con la dichiarazione d'indipendenza di Pristina, un nuovo microstato si va ad incastonare nella mappatura dei Balcani, rendendo più complesso il travaglio di una regione che a quasi un secolo dalla fine degli imperi absburgico e ottomano, fatica a trovare assetto definitivo. Come sempre nella "faglia" di confine tra cristianità e islam, tra Europa ed oriente medio, l'intreccio di motivazioni geoeconomiche, ambizioni politiche, sedimentazioni etniche e religiose, impediscono soluzioni pienamente rispettose della giustizia e del diritto.

      Una cosa è certa: senza la follia omicida di Milosevic, il Kosovo sarebbe probabilmente ancora legato a Belgrado dall'autonomia fissata da Tito nel 1974, a salvaguardia dei diritti della maggioranza albanese e della minoranza serba. Nel nome della mitologia patriottarda (il 28 giugno 1389 in Kosovo il sultano Murad I sconfisse l'esercito serbo-bosniaco-ortodosso rinforzato da contingenti valacchi e albanesi decapitando czar Lazar Hrelbeljianovic, avviando il dominio ottomano di quasi cinque secoli sull'intera Serbia) il 25 giugno 1989 l'allora presidente Slobodan Milosevic, con la macabra processione delle spoglie di re Lazar per monasteri e contrade kosovare, aveva aperto il movimento antialbanese che sarebbe sfociato nella crisi del 1999.

      Il punto di non ritorno fu il rifiuto di Belgrado, allora come ora mal consigliato da Mosca, dell'accordo offerto alle parti dalla comunità internazionale nella conferenza di pacificazione aperta in febbraio a Rambouillet. Alla firma kosovara, i serbi opposero lo spostamento di truppe e forze di polizia contro la popolazione albanese dell'allora provincia serba, portando il 18 marzo al fallimento della conferenza e agli immediati bombardamenti Nato sulla Serbia. La pulizia etnica di Belgrado contro i cittadini albanesi del Kosovo, avrà a bilancio l'uccisione di circa cinquemila albanesi, la fuga di più di 250mila serbi, una seria crisi occidentale con la Russia che, prendendo di sorpresa la Nato, aveva spedito 200 uomini ad occupare l'aeroporto di Pristina.

      Con il distacco di Pristina, lo smembramento della Iugoslavia titina è completato. Occorre che Belgrado guardi avanti, abbandonando ogni residua immaginazione di ritorno a un passato impossibile, che ha sciaguratamente contribuito a dissipare. Non si lasci abbindolare dall'istintiva amicizia con la Russia, visto che la simbiosi nel segno dell'ortodossia ha già fatto danni poderosi ad ambedue (l'esito della prima guerra mondiale, la presa del potere comunista, l'attuale isolamento internazionale), né sfugga alla verità storica che il Kosovo non ha mai fatto parte della Serbia, ma è entrato nella Iugoslavia per trattato con la neonata Repubblica turca!

      Piuttosto Belgrado acceleri la transizione verso l'Unione europea, rimettendo ordine nella sua economia disastrata, cooperando allo sviluppo delle infrastrutture fisiche e di mercato che devono portare i Balcani fuori dall'arretratezza in cui versa. L'Unione europea potrà garantire l'equo trattamento delle minoranze serbe del Kosovo, e la tutela del patrimonio religioso e culturale serbo che alberga in quella contrada, culla dell'identità e dei miti serbi.

      Resta la preoccupazione per un'Europa che si frammenta in "piccole patrie" carenti di capacità economica e sociale, che sopravvivono grazie al protettorato internazionale. Le secessioni in Europa sono forse utili a un presunto disegno americano (che fu antico romano) del divide et impera, ma sono in contrasto con la necessità di sviluppare istituzioni unionali efficienti e capaci di decidere.