Punto di vista. Quei diritti in attesa di una scintilla

Toni De Santoli

In Italia le elezioni politiche del 13-14 aprile prossimi giungono a quasi vent'anni dalla caduta del Muro di Berlino e dal dissolvimento dell'Unione Sovietica. In tutti questi anni ci siamo sentiti dire che il socialismo è superato e che quindi lo è anche la sua migliore espressione: lo Stato sociale. Ci siamo sentiti ripetere (ma il martellamento non è cessato) che solo le leggi (astratte) del mercato costituiscono le posizioni sulle quali deve poggiare una nazione, e che il liberismo è quindi l'unica via da percorrere se si vuole raggiungere la prosperità. Oggi, la politica italiana è sovraccarica di personaggi, la cui età varia fra i trentacinque e i quaranta o quarantacinque anni, i quali - con fare, linguaggio e aspetto un poco buffi - sventolano appunto il vessillo del liberismo (o neoliberismo) e rivendicano all'iniziativa privata spazi ancora maggiori. Ma l'iniziativa privata in Italia ora ha lo spazio che vuole. Oggi il padrone può tutto. Licenziare un dipendente è diventato tanto facile quanto accendere una sigaretta. Dagli Anni Novanta in poi i diritti del lavoratore hanno subito una tale erosione che di essi quasi più nulla ormai resta. Col concorso del secondo governo Berlusconi si è proceduto al quasi totale smantellamento della legislazione sociale creata fra gli Anni Trenta e gli Anni Settanta.

A destra, al centro e anche in settori della sinistra si impone una generazione di politici i quali rappresentano quanto di più conformistico possa esistere. Hanno quasi tutti, ormai, la stessa matrice, che è quella di un individualismo sfrenato, di una supponenza altrettanto straripante e di un senso delle cose (questo il pericolo più grave) acritico. Per loro va bene così. Va bene che la Ue costringa in una camicia di forza l'Italia; che, all'atto pratico, l'euro sia il nodo scorsoio che strangola milioni di famiglie, che l'ordine pubblico sia diventato disordine pubblico, che l'immigrazione clandestina dilaghi oramai in tutto il Paese; che gli italiani abbiano smarrito - non avendone comunque avuto mai molto - il senso del comune destino. A loro sta anche bene che il precariato sia il cappio stretto intorno al collo di milioni di italiani.

Con implacabile sistematicità ci viene appunto ripetuto - e in parecchi casi sottinteso - che il liberismo assurge a scienza esatta e che chiunque la pensi in modo diverso, altro non è che uno sciocco. E' uno fuori dal tempo... Fuori dal tempo, forse, ci sono loro. Loro che rappresentano la lugubre resurrezione di un mondo davvero arcaico: il mondo liberista di centocinquant'anni fa; vale a dire l'epoca di grandi (perché no?) costruttori, ma anche di avventurieri, sfruttatori e speculatori della peggior specie. Ma proprio perché i confini nazionali sono stati cancellati in mezzo mondo dagli uragani della globalizzazione e dell'alta tecnologia e da una finanza internazionale sempre più robusta, insaziabile, egoista, oggi l'ideale socialista, per quanto appannato e ammaccato, si presenta almeno in Italia come la sola speranza per una vita ben più umana, ben più sana di quella che ci è offerta dai neoliberisti, essi espressione di un Capitale che sta vincendo, o ha già vinto, la propria battaglia: la battaglia per l'annullamento di ogni regola, di ogni legge che siano di ostacolo ai voleri dei novelli "satrapi".

Ma l'ideale socialista oggi non trova una guida. Non ritrova l'antico afflato. Eppure, l'indispensabile scintilla potrebbe un giorno scoccare. Anche se questo ora appare impensabile.