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Un paese stregato dalle bocce

di Eleonora Mazzucchi

Quando si parla di bocce penso a Rimini, a quella striscia di sabbia davanti alle cabine colorate dove gli anziani con facce arrugginite, sigarette pendenti dalle labbra, si radunano per le partite pomeridiane. Non certo ad una cittadina sperduta nell' Illinois. Eppure, come dimostra il documentario Watch the Pallino, a Toluca, Illinois, il classico gioco estivo della terza età italiana è più amato che mai a da tutte le generazioni. Presentato mercoledì 5 marzo, presso la Graduate School of Journalism della CUNY, da Joseph Sciorra del Calandra Italian American Institute, il documentario della regista Stephanie Foerster espone il peculiare arco storico delle bocce in questo angoletto del Midwest, dove la passione sportiva dei residenti raggiunge il culmine nel Labor Day Weekend, durante un grande torneo annuale di bocce.

Foerster, regista 34enne i cui nonni sono di Toluca, era partita con lo scopo di «seguire le tracce dei mei progenitori». Scoprì così anche il passatempo preferito di un paese intero, un amore per le bocce che risale all'inizio del secolo con i primi immigrati italiani, chiamati a Toluca per lavorare nelle miniere. Lì si giocava sul prato, nelle vicinanze dei pub dopo-lavoro, e presto gli abitanti locali si appassionarono anche loro, tanto che Foerster attribuisce al gioco il ravvicinamento tra gli italiani e gli altri lavoratori della comunità mineraria.

Per dare spazio alle 256 squadre che oggi si iscrivono al torneo, i campi veri e propri sono facoltativi (tanti si adattano ad usare marciapiedi, o perfino strade di asfalto) e poi tanta birra, bevanda che risulta necessaria per attenuare lo stress dei giocatori più competitivi. Shirley, una grintosa sessantenne, tra i personaggi più memorabili del film, commenta con tono amaro una sconfitta contro alcune adolescenti: «Abbiamo perso contro delle mocciose!» e si dà sollievo con un bicchierone di birra.

Drammatiche melodie siciliane, oppure allegre canzoni folkloristiche, suonano nel sottofondo mentre giovani, anziani e bambini si sfidano. È un omaggio alle radici italiane dello sport, ma anche una scelta creativa di contrasto e assimilazione. Come dice Foerster, «Nessuno gioca perché è italiano » o perché si vuole accostare alla cultura italiana. Semmai, si vuole riavvicinare al vicino di casa. Tanti partecipanti aggiungono che per loro giocare nel torneo significa ritrovare il proprio paese, sentirsi in comunione - i giovani con i vecchi, ex-residenti con quelli che sono rimasti. Ogni comunità è mantenuta da un'istituzione che la difinisce - chiesa, scuola, squadra di basket - il caso vuole che a Toluca siano le bocce, ridefinite da alcuni abitanti «bucci ball». Foerster lascia che si sveli integralmente l'umore del film, con lunghe riprese di partite, primi piani di scarpe nel prato, di t-shirt azzurre con la scritta «Toluca Bocce Club», di sguardi concentrati dei giocatori, di grida esultanti di conquista. È una finestra sulla quotidianità dei rapporti fra le generazioni di Toluca, il filtro di uno stile di vita. Gli abitanti diventano filosofici in una sorta di auto-analisi sul senso della loro tradizione. Uno osserva: «Le bocce sono come la vita», riferendosi all'imprevidibilità del gioco, «Tutto sta andando bene, poi un giorno ti arriva una lettera che, non so, qualcuno è morto in un incidente o che tuo figlio è stato buttato in galera. » Forse l'uomo è attratto dalle bocce come simbolo esistenziale? Qualcuno offre teorie storiche. «Anche i Romani e gli Egiziani si dedicavano a questo hobby. Perfino l'uomo preistorico giocava a bocce con i sassi».

Nel mondo moderno le bocce si stanno preparando per un revival. Fra il pubblico di circa 40 persone presenti alla proiezione di questo film, si sente il riverbero dei circoli di bocce Newyorkesi. Una signora informa entusiasta che in certi bar «trendy» di Brooklyn si gioca a bocce. Un'altra le fa coro nostalgicamente : «E' veramente speciale quello che succede a Toluca. Quand'ero piccola mio nonno mi portava nei campi di bocce del Bronx. Adesso ci crescono le erbacce.»