PUNTO DI VISTA/ C'era una volta il calcio

di Toni De Santoli

Un tempo non seguivamo un incontro di calcio nella sua interezza. Ne abbiamo seguito uno in tv, su Sky: Arsenal-Milan, Champions' League. Sapevamo dei cambiamenti avvenuti nel "gioco più bello del mondo" da una diecina di anni, suppergiù, a questa parte. Ma essercene resi conto di persona, sulla scorta di quel che avevamo intravisto, notato in precedenza, ci ha fatto trascorrere un paio d'ore tutt'altro che piacevoli. Alla fine della partita ci siamo accorti che avremmo fatto meglio a sintonizzarci su Espn Sports Classics, dov'era in programma la finale della Coppa delle Coppe del 1962-1963 fra Tottenham Hotspur e Atletico Madrid (undici sudditi di Sua Maestà Britannica da una parte, nove spagnoli e due sudamericani dall'altra)...
Martedì scorso si giocava nel nuovo stadio dell'Arsenal (cioè del club che sotto Herbert Chapman inventò intorno al 1932 il calcio moderno: il Metodo fu soppiantato dal Sistema, nulla in campo fu più come prima). Si giocava in un impianto sfavillante, troppo sfavillante; asettico, impersonale. Uno stenta a credere che l'Arsenal, in cerca di profitti sempre maggiori, abbia abbandonato per sempre l'antico (e si dice insufficiente) stadio di Highbury, austero, ma non troppo, collocato su un colle nel cuore di Islington, bel quartiere proletario, North London. Quaranta, cinquant'anni fa, nei trenta minuti che precedevano l'inizio della partita, dagli altoparlanti vi si diffondevano le voci, le musiche non di John Lennon o Elvis Presley, bensì le voci, le musiche di Caruso, Gigli, Schipa. Era tutto molto suggestivo, festoso. C'era classe, c'era stile. C'era semplicità.
Arsenal-Milan, quindi, martedì 19 febbraio, alle nove di sera. In una manciata di minuti ci accorgiamo che fra i Gunners non c'è un solo inglese mentre fra i rossoneri gli italiani sono soltanto quattro: Maldini, Pirlo, Ambrosini, Gattuso. Ma ci risulta che, in tempi ancora recenti, l'Inter in varie occasioni mandò in campo formazioni senza un solo italiano... E' così, si sa, in tanti altri club, inglesi, italiani, francesi, spagnoli: si comprano giocatori stranieri, soprattutto africani non perché i neri giochino meglio dei bianchi, ma perchè gli africani costano poco, fanno "colore", eppoi la loro presenza nei grandi campionati europei mette in pace la nostra coscienza farisaica...
Ma che cos'è l'Arsenal che presenta una formazione senza un solo Cockney, senza un solo ragazzo giunto dallo Yorkshire o dall'Ulster? Non è più l'Arsenal. Come il Chelsea, il Milan, l'Inter, non sono più Chelsea, Milan, Inter. Sono altre cose. Potrebbero perfino chiamarsi in modo diverso. Non rappresentano più nulla. Le loro squadre non sono neanche più "squadre": sono "legioni straniere", coacervi di individui di sette, otto, nove o dieci nazionalità diverse. Non si può più parlare in termini di identità di club. Arsenal, Milan, Inter e tante alte società ancora l'hanno voluta liquidare la propria identità. In nome del denaro. In nome del successo. Dello "spettacolo". Ma quale spettacolo??
Arsenal-Milan finisce 0 a 0. Zero a zero dopo novanta minuti di tedio assoluto. Ma non perché le due squadre rinunciassero al combattimento, anzi, se le davano di santa ragione: la noia mortale semmai era provocata dal correre frenetico, oseremmo dire burattinesco dei giocatori in campo. Mai un rallentamento calcolato, ragionato, o anche istintivo, che potesse poi dar luogo a una vibrante accelerazione. Niente morbidezza nella manovra, nessuna eleganza. Solo, sissignori, quel correre incessante, forsennato, spesso goffo, quindi senza costrutto. Senza criterio.
Possiamo ancora chiamarlo calcio il calcio?