Il rimpatriato

La finissima capriola

di Franco Pantarelli

Veltroni ci spera, sembra crederci davvero ma forse si illude; Berlusconi ostenta sicurezza, si aggrappa a dei sondaggi che conosce solo lui ma dà l'impressione di non riuscire a convincere neanche se stesso. A turbare i sogni di tutti e due c'è un partito che ha un seguito enorme: circa il 30 per cento, cioè poco meno di quello di cui godono loro. E' il partito degli indecisi. L'esito del voto del 13 e 14 aprile dipenderà dunque da cosa deciderà quella gran massa di gente, la quale però si dice intenzionata a scegliere solo all'ultimo momento, quasi voglia crudelmente divertirsi a vedere chi, fra Veltroni e Berlusconi, ha le coronarie più resistenti. Il 30 per cento di indecisi è una porzione tanto grande che ha il potere di togliere attendibilità a qualsiasi sondaggio. Come si fa a indicare un "probabile vincitore" con il 30 per cento degli elettori indeciso fino all'ultimo momento?
Le sei settimane che ci separano dal momento del voto saranno così di grande incertezza, il che sembra in perfetto carattere con un panorama politico che nel giro di poche settimane ha subito una sorta di mutazione genetica in cui si è visto di tutto: alleati divenuti di colpo avversari e viceversa; carezze trasformate in schiaffi e viceversa; giuramenti solenni rimangiati in un minuto; affermazioni categoriche fatte la sera e scomparse con il nuovo giorno; scissioni consumate (o ricomposte) in cui l'unica cosa sicura è l'assoluta imperscrutabilità del perché.
 Possibile che in tanto disorientamento non ci sia un aspetto, una cosina della quale si possa dire: almeno questo è assodato? A me pare che la risposta è sì, una cosina sicura c'è e a regalarcela è stato il politico italiano che la tv ha consacrato come quello che parla in modo piano, meditato, calmo, tanto che ha sempre goduto di un favore del pubblico molto più vasto di quello riservato al suo partito. Questo politico è Gianfranco Fini e non è detto che il piccolo regalo che ci ha fatto sia destinato a renderlo molto felice. La certezza che lo riguarda, infatti, è che comunque vadano le cose, che si ritrovi al governo o all'opposizione, che torni a fare il ministro degli Esteri o il presidente della Camera cui pare che aspiri o che addirittura scivoli verso l'irrilevanza, una cosa è già chiara: il leader di An è uno sconfitto e l'autore della sua sconfitta è lui medesimo. Il suo comportamento nel breve periodo che ha preceduto e seguito la crisi del governo Prodi è stato troppo anche nella fiera dei voltagabbana cui si sta assistendo. Quest'uomo è riuscito a passare dal sarcasmo ("l'iniziativa di Berlusconi è roba da comiche finali") alle affermazioni categoriche ("non esiste alcuna possibilità che An si sciolga e confluisca nel nuovo partito di Berlusconi"); dalle minacce ("lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai, ha bisogno del mio voto ma non lo avrà mai, mai") al rigetto del passato ("abbiamo vissuto l'era berlusconiana con un certo disagio"); fino agli altezzosi scatti d'orgoglio: "Tornare all'ovile? Non sono mica una pecora".
Al termine di tanto crescendo, ecco la conclusione: "Condivido la proposta di Berlusconi di dare al popolo della libertà un'unica voce in Parlamento. E' una pagina storica della politica italiana: il 13 aprile nascerà un nuovo grande soggetto politico ispirato ai valori del partito popolare europeo". Una svolta avvenuta in 52 giorni netti. Da quanto si dice Fini è stato costretto alla sua capriola da due fattori: la risposta avuta da un discreto sondaggio secondo cui lontano da Berlusconi il suo partito rischiava l'estinzione e la constatazione che la gran parte degli altri dirigenti di An è formata da "berlusconiani". Due fattori che spiegano la capriola ma allo stesso tempo decretano la sua sconfitta. Il miglior destino in cui può sperare, ormai, è solo quello del pensionato di lusso. Personalmente, mi arrabbierei se qualcuno me lo augurasse.