Opinioni/Casi Ordine dei Medici e fratellini Pappalardi. Nel buco nero del giornalismo italiano

di Ferdinando d'Ondes di Valentino

Cos'è il giornalismo in Italia? Ci scusiamo con i lettori americani se, ogni tanto, li tediamo con le cronache più o meno oscene del Belpaese. Ma è anche - o forse soprattutto - dal livello d'informazione che si misura il grado di civiltà (o di indecenza?) di una comunità. Sono tanti i temi trattati dai giornali e dai settimanali italiani che meriterebbero di finire sotto la lente d'ingrandimento. Ci soffermeremo su due vicende che, a nostro modesto avviso, sono emblematiche di una generale caduta di stile: l'aborto e la tragica fine dei due fratellini Ciccio e Tore.
Cominciamo con la vicenda dell'aborto. O meglio, del presunto documento votato dall'Ordine nazionale dei medici. A diramare questa notizia sono alcune agenzie di stampa. Anche queste, fino a prova contraria, dovrebbero essere vincolate al controllo delle fonti: verifica che, a quanto pare, non sarebbe stata effettuata.
Sabato 23 febbraio le agenzia lanciano la notizia che la Federazione dell'Ordine nazionale dei medici avrebbe votato un documento sull'aborto. In realtà, le cose non stanno così: si tratta, infatti, di una delle 14 relazioni inserita nella cartella che non è stata votata. Il documento esaminato e votato dall'ordine dei medici è un altro, ed è di tutt'altra natura. In pratica, la notizia diramata dalle agenzia di stampa è falsa. Ma ormai è stata lanciata come notizia ghiotta e tale deve restare.
In genere, quando si legge una notizia sulle agenzie - e se, ovviamente, tale notizia è particolarmente importante - la redazione di un giornale si mette subito al lavoro: controllo delle fonti, eventuale acquisizione dei documenti, eventuale interviste con i protagonisti e via continuando. Dopo aver eseguito questo lavoro certosino il giornale, l'indomani, illustrerà la notizia, che potrà essere, grosso modo, quella riportata dalle agenzie di stampa o, se la verifica avrà fatto emergere diversità o novità, diversa da quella riportata delle stesse agenzie di stampa.
A fare questo lavoro sono i redattori di Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. Si dirà: magari il giornale è particolarmente interessato all'argomento, visto che la Chiesa cattolica - e non potrebbe essere altrimenti - è decisamente critica verso l'interruzione della gravidanza. In ogni caso, il fatto che il giornale dei vescovi verifichi la bontà di una notizia non giustifica altri quotidiani che, invece, si sono guardati bene dal verificarne la fondatezza.
L'indomani, sui giornali, si scatena la polemica. Che, grosso modo, viene presentata nel modo seguente: la Federazione dell'Ordine nazionale dei medici avrebbe votato un documento a favore dell'aborto e la Chiesa cattolica, e in particolare i vescovi, si sarebbero scagliati contro gli eredi di Ippocrate. Il tutto nasce sul nulla, perché non c'è mai stato un documento sull'aborto esaminato e votato dall'Ordine dei medici.
Ad eccezione del Secolo XIX di Genova - che, bene o male, si documenta e ammette che il documento della discordia non è stato votato - il coro è unanime. La Stampa, il blasonato quotidiano della famiglia Agnelli (alias Fiat), spara il titolo in prima pagina. E dire che nello stesso giornale il presidente della Federazione degli Ordini dei medici, Amedeo Bianco, interpellato sulla vicenda, precisa che non ci sono state votazioni. Ma la notizia, anche se non c'è, è troppo bella per non essere enfatizzata: da qui l'ira dei medici, che definiscono la posizione della Cei (Conferenza episcopale italiana) "offensiva e balzana".
Non manca il tocco di classe del giornale ormai bandiera delle grandi banche, al secolo il Corriere della Sera, quotidiano che, alle elezioni politiche due anni fa, per la cronaca, si schierò con Prodi; a proposito, sarebbe interessante sapere se alle elezioni del prossimo aprile il Corriere di Meli prenderà posizione e per chi... Il giornale di via Solferino, per tornare all'aborto, pur riportando l'ammissione di Bianco ("Non c'è stato alcun voto") titola alla Sherlock Holmes: "Il giallo del documento".
La Repubblica si cimenta in uno slalom: spara la notizia in prima pagina, cita Bianco impegnato nel sottolineare "che nessuno aveva niente da eccepire", ma non parla del voto che non c'è stato.
Morale: una notizia che non si è verificata e che è stata letteralmente inventata ha conquistato l'onore delle prima pagine dei più importanti quotidiani italiani. Mentre l'Avvenire, che ha riportato la verità su questa storia, è stato trattato con sufficienza, quasi che la verifica delle notizie, nel blasonato e celebrato giornalismo italiano, sia una pratica superata dalla storia.
La storia dei fratellini morti in Puglia, almeno negli aspetti giornalistici, è stata presentata in modo un po' meno osceno. I fatti sono noti. I due bambini spariscono e i magistrati italiani arrestano subito il padre. Ormai è un classico. Se muore la fidanzata, zact: l'ha ammazzata il fidanzato; se muore un bambino e c'era la madre, via, non può che essere stata lei. Inutile tentare di smontare queste ricostruzioni. In Italia, quando c'è di mezzo un delitto dove, bene o male, si affaccia l'ombra della famiglia o dei familiari, il responsabile del delitto c'è già. Un mostro bello e confezionato da consegnare ai giornali e alle tv. Prima si immagina la scena e poi, se c'è tempo, si trovano le prove. E se al processo, in dibattimento, le prove inconfutabili non ci sono, beh, non c'è da preoccuparsi più di tanto: perché quando è stato escluso tutto quello che i valenti inquirenti giudicano impossibile non rimane che il più probabile: e pazienza per il disgraziato incappato nelle maglie della Santa Inquisizione italiana versione ventunesimo secolo, fidanzato, madre o padre che sia.
Ora hanno acchiappato il padre dei due bambini, Filippo Pappalardi. Prima aveva ammazzato i due suoi figli e aveva occultato i cadaveri. Poi i corpicini sono stati trovati e, di conseguenza, l'occultamento dei cadaveri non c'è più. Potrebbe sempre averli rimproverati (cari lettori americani, pensate che infamia: un padre che rimprovera i propri figli piccoli, magari un po' discoli: forse lì da voi i rimproveri ci sono ancora, qui in Italia, ormai, sono reati...). Ma sì, li ha rimproverati e rincorsi; e, magari, li ha costretti a gettarsi nel pozzo, abbandonandoli lì, facendoli morire. Vi sembra una pazzia? Per nulla: è la tesi degli inquirenti.
Superfluo aggiungere che l'ipotesi che i due bambini, forse un po' vivaci, potrebbero essersi cacciati in quel guaio da soli viene scartata assiomaticamente. Ormai il padre è in galera e lo schema elaborato dagli inquirenti non può e non deve essere smontato: colpevole era all'inizio e tale deve restare fino alla fine. Come nel Castello di Kafka (un testo che ormai in Italia, nella preparazione di un bravo inquirente, viene considerato un classico, forse più del diritto penale e della procedura penale) era impossibile entrare, così quando si elabora, anche a prescindere dalla logica, una tesi accusatoria nulla la può cambiare.
Direte: che c'entra questo con il giornalismo? C'entra, c'entra eccome! Perché se è ormai una prassi arrestare madri, fidanzati, padri e via continuando (ma dov'è finito l'amore dei filosofi presocratici per il dubbio?), ebbene, questo succede perché i giornali italiani - spiace dirlo - continuano a tenere bordone a questa Giustizia inquirente. In questo caso, in verità, c'è stato un articolo di fondo del Corriere della Sera, a firma di Piero Ostellino, che ha manifestato più di un dubbio sull'operato dei magistrati. Ma è un caso, perché ormai gli inquirenti che vanno a briglia sciolta tra vallette e delitti imperfetti trovano sui giornali non pane per i loro denti, ma accoglimento di tesi accusatorie quanto meno temerarie. Forse se i giornali fossero un po' diversi, chissà, certe cose non si verificherebbero.