Personaggi

SPECIALE/PERSONAGGI/ A Brooklyn dal messia del caffè/

di Michelina Zambella

Come Totò che arriva a Milano con salsicce a seguito, ogni buon napoletano non può fare a meno del suo caffè. Negli Stati Uniti chiunque crede di poter fare il caffè. A Napoli, invece, esiste la professione del "barista", il quale "sbatte" (letteralmente parlando) sul bancone, quasi sempre di marmo, il tuo caffè, solitamente servito in poggiatazza e bicchiere, di ceramica o vetro, e cucchiaiani d'acciaio, producendo un suono che diventa col tempo familiare. Uno, tre, cinque, dieci al giorno: ognuno ha la sua dose. Fatto sta che "l'espresso napoletano" non trova corrispettivi. Almeno era quello che pensavo fino a quando, su una dritta del Dr. Joseph Sciorra del Calandra Italian American Institute, mi sono data alla ricerca del "chicco nero". La mia non era voglia di semplice acqua arrugginita, esibita nel fumeggiante bicchiere di carton-plastica, che qui chiamano, inappropriatamente, caffè. Ed ecco che grazie a quella dritta, approdo a Brooklyn, 20th Avenue e trovo G&M Coffee Roasters, dove l'italiano, o meglio il dialetto napoletano, è un must. Guglielmo, dietro al bancone, mi indirizza all'esperto del caffè, suo padre, quell'uomo che a Napoli, in gioventù, chiamavano "Gennarino o Russ" (rosso per il colore dei suoi capelli), scugnizzo poi anche calciatore di serie C. Arriva dal retrobottega esultando: apprendiamo in diretta radiofonica che il Napoli ha vinto 3 a zero. È sabato pomeriggio, ore 3.30, adesso sì che si può cominciare a parlare. Sorridente, per la vittoria s'intende, Gennaro La Hara mi spiega che il suo non è un bar, ma una torrefazione di caffè che da oltre 30 anni rifornisce NYC e dintorni. Vende, distribuisce e fornisce assistenza per le macchine da caffè, producendo diversi tipi di caffè: Caffè La Hara, Espresso, Oro, Bar, Jolly, El Brazil, House Blend e Decaf, speziati. Un vero paradiso di aromi in cui deliziarsi, insomma.

Ma ciò che più d'ogni altra cosa stupisce è che Gennaro svolge anche attività di consulenza:  "Facciamo corsi di insegnamento, di due-tre giorni, allo staff del bar o del  ristorante che acquista il nostro caffè. Diffondiamola cultura del buon caffè napoletano".

La sua passione per il caffè comincia all'età di otto anni nella sua città, Napoli, quando l'odore della bevanda appena tostata di Don Gennaro lo portava a trascorrere ore ed ore, in quel luogo di torrefazione, osservando tutti i trucchi del mestiere che il vecchio gli spiegava. "Grazie alla mia società, a conduzione familiare, sono stato capace di ricreare la stessa autentica miscela di Don Gennaro"- dice.

L'orgoglio avvertito nelle sue parole, quell'atmosfera familiare che ritrovi in ogni bar di Napoli, dove passi almeno mezz'ora a parlare col proprietario, barista o amici a seguito, ha scatenato un conflitto di sentimenti, gioiosi e nostalgici, al contempo, che mi ha portato a dimenticare di essere 6000 miglia lontana da casa, oltreoceano.. Mentre mi intrattengo cercando di capire quale caffè avrei dovuto farmi macinare, entrano uno ad uno i clienti che ogni giorno, ma soprattutto nel fine settimana dopo aver visto la partita del Napoli, si recano lì. Non serve che tu apra bocca, il caffè arriva automaticamente. Gennaro ordina per tutti, mentre tutti si intrattengono in un clima di giovialità e di suoni piuttosto elevati. Gennaro, Pasquale, Ciro...tutti emigranti venuti qui in America anni fa, che si ritrovano in quel luogo di torrefazione, che bar non è.

"Non vendiamo la tazza di caffè. Non potrei farlo nel rispetto dei clienti che rifornisco qui in zona", mi spiega Gennaro. "Il ritrovo degli amici" dice scherzosamente Maria, sua moglie, "per i nostalgici che acquistano a buon prezzo il caffè che la differenza". Mentre osservo uno ad uno i venuti, sorseggio il mio espresso, ascolto Gennaro che mi dice che il suo caffè viene macinato e tostato secondo la classica tradizione italiana. La sua è la prima generazione ad aver introdotto negli USA un caffè fresco, secondo gli standard napoletani. "Infatti- come lui mi spiega- nel frattempo che il caffè italiano arriva negli Usa e deve essere distribuito, ha già perso la sua essenza di freschezza. Per ovviare a tale problema quindi molte raffinerie italiane sono costrette ad aggiungere additivi, anche a costo di alterarne il sapore. Il nostro espresso invece è naturale e senza alcuna aggiunta". Da "mastro artigiano" mi mostra, prendendo una Bialetti, come fare un buon caffè elecandomi i segreti che accuratamente ho memorizzato, ma che ho poi controllato sul sito ufficiale della torrefazione (www.NAPLESBESTCOFFEE.com).

Chi l'ha detto che il caffè va messo in frigo? Forget about it! Assolutamente no, perchè il caffè si comporta come le bevande gassate che assorbe aromi e sapori di ciò che lo circonda. Secondo, conservare il caffè in un contenitore salvafreschezza, a temperatura ambiente, lontano da fonti di calore o dalla luce del sole. Usare acqua filtrata nella macchinetta del caffè, per evitare che l'acqua minerale possa danneggiarla o ostruirla; versare il caffè con tazzina e cucchiaino caldi. E per ultimo, ma non per importanza, spegnere il fuoco quando il caffè è a metà cottura, onde evitare possa bruciarsi.

Un messia venuto da Napoli ad esportare negli Usa l'arte del caffè? Chiamateci presuntuosi, modesti, ma noi napoletani amiamo il nostro caffè, di cui ne abbiamo fatto un'arte, un mestiere che da secoli non si smentisce e non trova eguali, nè in Italia nè in America, dove se ci si accontenta di un caffè da Starbucks si rende l'idea che di arte ce ne capisce ben poco.