Che si dice in Italia

Non sei romantica!

di Gabriella Patti

Comincia il festival di Sanremo. Bene, così per un po' di giorni potremo forse non parlare - e farci il sangue amaro - per la politica. Come dice Piero Chiambretti, uno dei presentatori che affiancano l'inossidabile Pippo Baudo: "I governi cadono, invece Sanremo appassiona sempre". Però è anche vero che i tempi cambiano. E visto che la kermesse canora per eccellenza li ha sempre interpretati bene, ecco che le canzoni in concorso si adeguano. "Sanremo non canta più in sanremese": così il quotidiano La Stampa titola a ragione una bella analisi di presentazione della rassegna musicale più celebre d'Italia. In effetti pochi dei brani che ascolteremo si occupano ormai di amore, di baci, di batticuori. Nei testi c'è una vera rivoluzione. Politica, economia, Sud del mondo sostituiscono i sentimenti "stucchevoli". Ma è proprio sicuro che non ci sia ancora bisogno di sognare?

   CORAGGIOSA SCELTA DI BERLUSCONI: "Anche le nostre liste saranno pulite. Pertanto non mi candido". Per un attimo quando l'ho letto, sempre su La Stampa, sono trasalita. Ma era un fulminante e brevissimo corsivo ironico. Firmato, non a caso, da un anonimo giornalista sotto lo pseudonimo di Iena. 

   BRAVA SANDRA KYEREMH. Non imbarazzatevi se non sapete chi è. Ve lo dico io. E' una studentessa 23 enne che si appena laureata a Brescia con il massimo dei voti: 110 e lode. E poi è andata in piazza a leggere la sua tesi di sociologia. E allora, direte? Calma. Sandra è una ragazza di colore, una ghanese che vive nella cittadina lombarda da oltre venti anni. Ma che ancora, passato tanto tempo, non è riuscita a ottenere il passaporto italiano. La sua tesi, sulla (mancata) integrazione degli immigrati,  l'ha volutamente letta sottolineando l'accento bresciano. "Ho analizzato la situazione dei giovani come me, quelli di seconda generazione, una realtà che gente come il leader leghista Umberto Bossi si rifiuta di vedere e di accettare. A lui e a quelli come lui vorrei chiedere che cosa succederebbe se, di colpo, tutti gli stranieri incrociassero le braccia". La risposta è semplice: l'Italia e tanti altri ricchi paesi occidentali si fermerebbe.

   VIA OSOPPO: chi ricorda a che cosa è indelebilmente legata questa via milanese? A una rapina. Non una qualsiasi. E' stato il colpo più clamoroso della storia criminale italiana. Cinquant'anni fa di questi giorni, quei sette uomini d'oro, i sette in tuta blu li chiamarono, assaltarono  un furgone della Banca Popolare. L'azione, durata tre minuti in tutto, segnò il salto di qualità della malavita che, come scrisse Indro Montanelli, aveva per la prima volta superato l'era artigianale. Finì male per i rapinatori, arrestati e incarcerati. Ora una bella ricostruzione del settimanale Oggi ci fa rivivere la storia. Ma, soprattutto, fa parlare loro, gli orami anziani protagonisti. Colpisce la figura di Luciano De Maria, la mente dell'operazione. Ormai fuori dal carcere, a 78 anni, ha una figura ancora snella e giovanile. Guida una veloce fuoriserie, ammette che "la vita criminale fu una scelta sbagliata" ma non sembra rimpiangere nulla. "Non ho più fatto rapine" precisa "ma anche dopo la mia vita è stata molto movimentata". La conclusione, però, è amara. Dopo "dodici anni d'amore con una ragazza ungherese, vivo da solo in campagna. Tutti i lavori della casa li ho fatti io. Lavorare mi mantiene giovane e vivo e allontana la solitudine che comunque mi pesa molto". E sì: restare soli sembra essere il destino di personaggi così.