Analisi

Politica/ Veltroni e l'atlantismo senza ma

di Valerio Bosco

Una politica estera democratica. Finalmente liberale. E soprattutto libera dai condizionamenti di un'alleanza, quella della vecchia Unione, vittima dell'ipoteca pacifista, integralista e pregiudizialmente anti-americana delle forze dell'estrema sinistra. Queste sembrano essere le coordinate della politica estera di Walter Veltroni e del partito democratico. Pur non comprese tra i dodici punti del PD presentati dall'ex sindaco di Roma, le linee guida della politica internazionale dei democratici italiani possono essere chiaramente intuite nelle prime uscite di Veltroni in questo inizio di campagna elettorale.

La scorsa settimana, innanzi all'Assemblea Costituente del PD, in un discorso tutto concentrato sui principali problemi di politica interna (precariato, sicurezza sul lavoro, rilancio dell'economia, riduzione delle tasse), Veltroni non ha mancato di dedicare un passaggio fondamentale del suo intervento a Giovanni Pezzullo, l'ultimo militare italiano caduto in Afghanistan, in una guerra che non conosce fine. Pezzullo, come i tanti soldati italiani ancora impegnati dall'Afghanistan al Libano e ai Balcani, testimonia, secondo Veltroni, il doveroso impegno internazionale dell'Italia nelle missioni di pace condotte sotto l'egida dell'ONU e nel quadro delle altre due grandi istituzioni di cui il Paese fa parte, l'Unione Europea e la NATO. In particolare, era proprio il caso dell'Afghanistan ad alimentare una contraddizione sempre più insostenibile all'interno della politica estera del vecchio centro-sinistra. Schierata solo a parole in favore della centralità dell'ONU nel sistema delle relazioni internazionali, i partiti comunisti - da Rifondazione ai comunisti italiani di Oliviero Diliberto - i verdi, l'ala sinistra dell'ex partito dei democratici di sinistra negavano e continuano a negare oggi la legittimità e l'opportunità della presenza italiana in Afghanistan, il fronte più caldo, assieme all'Iraq, nell'opera di contrasto al terrorismo internazionale.  Ignorando che era e continua ad essere lo stesso Palazzo di Vetro, dunque l'intera Comunità Internazionale, a richiedere alla forza multinazionale raccoltasi attorno alla NATO di contribuire alla stabilizzazione democratica del Paese. L'anti-americanismo di quella fetta del centro-sinistra contaminava di fatto la politica estera dell'Unione. Che quella contaminazione fosse davvero anacronistica per una coalizione che si candidava alla guida di un Paese occidentale moderno era del resto sembrato evidente sin dal celebre e interminabile programma di governo dell'Unione di Romano Prodi: colpivano, di quel documento folle, i molteplici e retorici riferimenti alle Nazioni Unite e all'Unione Europea e l'assoluta emarginazione del tema della partnerhsip transatlantica, perno tradizionale della politica estera italiana. Un tema, quello del rafforzamento dell'amicizia e della cooperazione con gli Stati Uniti, quasi naturalmente evocato da Veltroni, protagonista di una campagna elettorale sempre più stile Obama.

Un ulteriore prezioso apporto all'atlantismo del partito democratico potrebbe essere peraltro dato dalla presenza dei radicali nelle liste del PD. Con il loro patrimonio di lotte per la promozione della democrazia e del rispetto dei diritti umani nel mondo (da ultimo la campagna all'ONU contro la pena di morte), con la loro maggiore sensibilità per le ragioni di Israele, con il loro idealismo internazionalista, i radicali potrebbero bilanciare la tradizione realista e il retaggio filo-arabo dei maggiori azionisti del PD, eredi del partito comunista e della democrazia cristiana. Le parole pronunciate da Veltroni alla fiera di Roma hanno comunque confermato la fine di ogni ambiguità: la politica estera del PD saprà ora capace di sintetizzare in una interpretazione democratica e liberale le tre dimensioni multilaterali  della politica internazionale dell'Italia - Europa, ONU e NATO appunto - e la necessità di una partecipazione del Paese all'opera di stabilizzazione delle aeree di crisi. Attraverso i propri soldati. Ma non solo. Veltroni ha infatti accennato al pessimo rapporto percentuale tra aiuti allo sviluppo dell'Italia e PIL nazionale e alla necessità di rilanciare il sostegno nazionale ai Paesi impegnati nella drammatica lotta al sottosviluppo. L'idea di condizionare una nuova elargizione dei finanziamenti allo sviluppo alla verifica delle responsabilità dei governanti e delle amministrazioni del Terzo Mondo, spesso incapaci di gestire con efficacia e onestà gli aiuti, riprende certamente l'altro modello di riferimento del leader PD, il laburista Tony Blair, che aveva fatto del rilancio dell'assistenza all'Africa uno temi cardini della politica estera del New Labour.

Un ultimo aspetto importante della politica estera del PD può essere infine valutato sulla base del contributo che la forza guidata da Walter Veltroni potrebbe dare all'opera di rinnovamento della sinistra europea. Un partito così legato ai modelli politici americani e anglosassoni potrà costituire non solo il punto di riferimento europeo per un dialogo con i democratici americani e i laburisti inglesi, ma anche indicare una proposta di modernizzazione alle forze di quel socialismo europeo (si pensi a quelle conservatrici della cugina Francia scosse e impotenti di fronte alla novità Sarkozy e ancora tendenzialmente anti-europeiste e "anti-yankees") ancora legate a vecchi schemi ideologici.

In conclusione, rispetto a quello accade nelle ultime ore nella più confusa politica estera del centro-destra, la proposta del partito democratico appare decisamente più coerente ed ormai priva di quelle contraddizioni che ancora popolano la coalizione raccoltasi attorno al partito delle libertà di Silvio Berlusconi. Il caso del Kosovo è indubbiamente significativo: invece di accogliere con soddisfazione e moderazione l'indipendenza del nuovo stato, alcuni leghisti hanno celebrato l'evento in maniera rozza e irresponsabile. È stato il solito Borghezio a definire il caso del Kosovo un "precedente giuridico e politico molto importante per chi, in Europa, dalla Corsica alle Fiandre, dalla Sardegna a Euskadi e alla nostra Padania, ora ancora Nazioni senza Stato, aspira all'indipendenza".

Una valutazione che omette di far riferimento alle persecuzioni e alle campagne di pulizia etnica subite dai kosovari nel corso degli anni '90, identificabili oggi come le ragioni ineludibili dell'indipendenza e dell'auotederminazione di Pristina. Proprio la rozzezza leghista, il suo veemente anti-europeismo fondato sulla polemica pretestuosa dei padani contro la burocrazia di Bruxelles che imporrebbe solo regolamentazioni e contingentamenti alle produzioni del Nord confermano che la politica estera del Partito della libertà, pronosticato come vincitore, continuerà ad creare imbarazzi internazionali e occasioni di scontro con i partners europei.

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