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Politica USA. L'economia dei pifferai del Gop

di Marcello Cristo

I Repubblicani del Michigan si sono recati alle primarie di qualche settimana fa citando l'economia come il fattore più importante nelle loro decisioni di voto.
Come dargli torto? Con l'industria automobilistica americana allo sfascio, il Michigan è diventato lo stato con la più alta percentuale di disoccupazione, effetto di quella globalizzazione che ha fatto migrare all'estero migliaia di posti di lavoro.
Parlando di questo problema nel corso della sua campagna elettorale, John McCain ha dichiarato, con la schiettezza che lo contraddistingue, che questi posti di lavoro non torneranno mai più. La globalizzazione è come un fiume in piena e, come tale, non può cominciare a scorrere nel senso opposto.
Mitt Romeny invece ha peferito gabbare i suoi interlocutori affermando che il passato può essere di nuovo roseo e che l'industria automobilistica è in grado di tornare a generare livelli occupazionali degni degli anni Cinquanta e Sessanta, quando la Cina e il Giappone erano solo luoghi esotici, irrilevanti sulla scena economica mondiale.
Invece di guardare in faccia la realtà, l'elettorato del Michigan ha preferito seguire le lusinghe del pifferaio magico Romney e lo ha puntualmente premiato alle urne.
Solo questa fondamentale immaturità degli elettori e le ansie economiche in crescita possono spiegare come la guerra in Irak, che come tutte le guerre americane, esiste per lo più nei giornali e in televisione e che era stato l'elemento centrale nelle elezioni politiche del 2006, sia scesa improvvisamente al terzo posto tra le questioni più rilevanti per l'opinione pubblica.
Sarebbe interessante chiedere ai Repubblicani di Detroit e di Lansing, cosa intendono fare per alleviare la depressione economica che affligge lo stato e reinserire i loro disoccupati nel mondo del lavoro.
Questo reinserimento infatti, presupporrebbe investimenti statali e federali nei lavori pubblici per riutilizzare subito almeno parte della mano d'opera disponibile; programmi di rieducazione professionale per dare agli ex operai delle catene di montaggio della Ford e GM nuove competenze; la riduzione delle tariffe di iscrizione alle università e agli istituti di istruzione superiore per aumentare il numero degli studenti giovani e non.
Purtroppo per realizzare tutti questi bei propositi occorrono due elementi fondamentali: fondi pubblici e volontà politica e, adesso come in passato, entrambi scarseggiano nel GOP.
Le casse del governo federale sono all'asciutto da quando l'amministrazione Bush ha trasformato il surplus di bilancio ereditato da Bill Clinton in un abissale deficit finanziando l'inutile guerra in Irak e regalando alla minoranza più benestante della società americana miliardi di dollari in sgravi fiscali.
La mancanza di volontà politica, a sua volta, si ricollega al tradizionale fondamentalismo ideologico della destra che semplicemente non può permettersi di ammettere che esiste un ruolo pubblico di stimolo economico che non sia sotto forma di tagli alle tasse per i ricchi.
Mi chiedo quindi come mai nessuno tra i Repubblicani del Michigan metta in relazione le proprie difficoltà economiche e i fondi che servirebbero ad alleviarle, con le centinaia di miliardi spesi per pattugliare le strade di Bassora e Baghdad.
Infatti, da straniero che vive in America mi chiedo in base a quale logica i conservatori di questo Paese non hanno mai problemi a spendere miliardi per costruire strade, scuole e ospedali in Irak o in Afganistan ma guai a proporre una cosa simile per l'Indiana o l'Arkansas: pura eresia...
Qualche giorno fa ho telefonato in diretta ad un programma radiofonico locale nel bel mezzo di un dibattito sullo stato dell'economia. All'esponente repubblicano ospite, ho chiesto come mai ci ritroviamo nell'attuale fase di recessione, dopo sette anni di sgravi fiscali ai cosiddetti "ceti produttivi" del Paese che, secondo il vangelo conservatore, dovrebbero essere una garanzia di espansione economica.
Palesemente in imbarazzo, il signore ha replicato che l'attuale recessione è stata causata da fattori eccezionali, in particolare le difficoltà finanziarie legate alla crisi dei mutui.
A ciò ho replicato chiedendo se il disastro dei mutui non costituisse, a sua volta, il fallimento dell'ideologia conservatrice del non-interventismo statale, di quel laissez-faire estremo con la sua fede cieca nelle doti autocorrettive e, soprattuto, autodisciplinanti del mercato.
Ma il mio interlocutore ha tagliato corto concludendo che l'attuale momento di stagnazione non può essere (ovviamente....) imputato alle politiche economiche repubblicane, ma va interpretato come una normale alternanza di espansione e contrazione del ciclo economico.
Normale alternanza? Molto conveniente.... Quando le cose vanno bene, i repubblicani fanno presto a cantare le lodi della "Supply-side economy". Quando invece vanno male, si tratta di "normale alternanza ciclica".
I miliardi di dollari dei quali l'amministrazione Bush ha privato le casse statali con i suoi tagli alle imposte per la minoranza ricca del Paese, avrebbero fatto comodo per aiutare la stragrande maggioranza - il ceto medio e le classi più svantaggiate - a fare qualche passo avanti mitigando quell'enorme divario socio-economico creatosi negli ultimi decenni.
Grazie a quella combinazione di inventiva, spirito di emancipazione sociale ed ottimismo che agli americani non manca, migliaia di persone in questo Paese sono in grado di fare passi da gigante se non fossero soggiogate ogni giorno dalla mancanza di assicurazione sanitaria, da impossibili quote di iscrizione universitaria; da mutui insostenibili e predatori e dall'ansia asfissiante di non arrivare a fine mese.
Se i Repubblicani amano tanto i milionari, come appare evidente dalle loro politche, potrebbero adoprarsi per crearne di nuovi rimuovendo queste barriere.
Invece l'unico impegno che sembra assorbirli a tempo pieno è quello di assicurarsi che sempre più milionari si trasformino in miliardari.