Il rimpatriato

Vincitori già vinti

di Franco Pantarelli

Ne ammazzano più le elezioni che la peste bubbonica, si potrebbe dire parafrasando un vecchio detto, di fronte a ciò che è avvenuto e sta avvenendo dopo che l'Italia è passata dal tempo del Travicello Prodi, che non riusciva a controllare le rumorose rane nello stagno, al tempo del serpente Berlusconi che quelle rane ha preso a mangiarle una a una. Comunque vada a finire questa campagna elettorale e chiunque conquisti la vittoria il prossimo14 aprile, infatti, una cosa è sicura: il terreno apparirà pieno di cadaveri e l'unica cosa che resterà da fare sarà "classificarli": ecco quelli che sono stati pugnalati nella schiena; ecco quelli rimasti vittime delle bombe che loro stessi avevano preparato per altri, ecco quelli che si sono suicidati ed ecco quelli che sono morti ma non se ne sono ancora accorti.
È vero, anche nella contemporanea battaglia elettorale americana le pugnalate non mancano, ma lì almeno una certezza c'è: che il contendente che resterà in piedi è comunque destinato ad apparire un gigante rispetto al suo predecessore e che il Paese lo guarderà con fiducia e speranza, dopo averlo sostenuto con la passione e l'entusiasmo, esse stesse prodotte, in fondo, dalla liberatoria consapevolezza che nulla potrà bloccare la fine delle bugie, degli imbrogli, dei segreti: tutte cose che nella triste vita dei politici sono sempre presenti in abbondanza ma di cui l'amministrazione che sta per andarsene si è nutrita in modo spropositato. In Italia, invece, i morti vincenti e i morti perdenti saranno comunque gli stessi nanerottoli di sempre: poca gioia per i primi, poche lacrime per i secondi.
E' la depressione italiana, bellezza. Quella depressione che a suo tempo è stata colta perfettamente dal New York Times e che né la "novità Veltroni", né tanto meno la baldanza di Berlusconi riusciranno facilmente a scuotere. E come potrebbero, del resto? Il primo si vanta di avere "creato lo scompiglio" con le sue mosse azzardate, pretende di presentarsi come il cavaliere intransigente e puro, intenzionato a respinge i "ricatti" dei litigiosi partitini, ma intanto fa un'eccezione per quel Di Pietro che quanto a litigiosità non è stato secondo a nessuno senza che se ne capisca il perché, mentre non fa eccezioni per esempio nei confronti dei radicali, e neanche qui se ne capisce il perché (o forse sì: data la loro "ossessione" per la laicità dello Stato, ne teme la reazione ai cedimenti che forse Veltroni sente di dover fare alla crescente aggressività dei signori cardinali).
Quanto a Berlusconi, non solo è quello di sempre ma è perfino peggiorato: fisicamente, come testimonia lo strato di cerone sul suo viso che si fa ogni giorno più vistoso, ma soprattutto nei fatti. L'uomo del "mi consenta" che sorrideva a tutti è diventato una specie di angelo sterminatore che usa e getta i suoi alleati. L'uomo delle trovate suggestive (il "contratto con gli italiani" firmato in tv di fronte a monsignor Vespa) è diventato una sorta di imitatore di se stesso e le sue trovate ormai appaiono semplicemente come mastodontiche balle. Nel giro di pochi giorni ha preteso di vendere la corsa alle urne - per dire "sì" al nuovo nome del suo partito del popolo della libertà - di otto milioni di persone che nessuno ha visto; è andato a benedire la nascita di La Destra di Antonio Storace (dove è stato accolto dal grido di "duce, duce") per punire l'allora reprobo Gianfranco Fini; lo ha rapidamente abbandonato quando ha deciso che era meglio richiamare Fini, vista la sua disponibilità a un'umiliante genuflessione dopo le parole roventi che tutti gli avevano sentito pronunciare proprio contro di lui solo poco prima; ha praticamente costretto Pier Ferdinando Casini a rivoltarglisi contro prospettandogli la pura e semplice adesione al nuovo partito con un brutale "prendere o lasciare" e ha rapidamente dimenticato il "debito di riconoscenza" che aveva pubblicamente detto di avere con Clemente Mastella, prima "eroe" della caduta del governo Prodi e poi negoziatore troppo esoso: per partecipare all'ammucchiata Mastella voleva sedici posti sicuri in Parlamento, poi è sceso a dieci ma per Berlusconi erano ancora troppi. Suona un po' più chiaro il concetto dei morti vincenti e perdenti di cui si diceva all'inizio?
P.S. Le ultime due cose al momento di scrivere questa nota non erano ancora chiare. E' quindi possibile che a questo punto voi già sappiate che magari Casini ha deciso di seguire Fini nel corridoio dell'umiliazione e che Mastella abbia fatto un ulteriore "sacrificio" sui posti in Parlamento.