A modo mio

"Case" chiuse, "vita" all'aperto

di Lugi Troiani

Il 20 febbraio 1958, il parlamento italiano (contrari monarchici e missini), con legge n. 75, decretava la fine della prostituzione esercitata con regolare licenza nelle cosiddette "case chiuse". Cessava un regime risalente al regno delle due Sicilie (reale patente del 1432 per un lupanare pubblico) e al regno sabaudo (meretricio di stato introdotto da Cavour), ribadito dallo stato italiano con legge del 1860. In quelle case i nostri avi avevano trovato refrigerio alla temperanza dell'istituto matrimoniale, valorizzando il mestiere più antico del mondo che, nelle discrete stanze delle "case", diveniva attività economica a controllo pubblico, sotto il profilo fiscale, igienico-sanitario, di pubblica sicurezza.
La senatrice Lina Merlin, socialista, già compagna delle lotte di Giacomo Matteotti, condusse e vinse una battaglia lunga un decennio, durante la quale non le erano mancate minacce di morte che l'avevano costretta alla semiclandestinità, e l'opposizione feroce di Apca (Associazione proprietari case autorizzate). La Merlin allineò il paese, buon ultimo in Europa, sulle posizioni abrogazioniste di un fenomeno contrario alle nuove consapevolezze del dopoguerra sul ruolo della donna nella società e sulla schiavitù sessuale. Per capire lo spirito dei tempi, si pensi che, mentre Carla Voltolina, moglie di Sandro Pertini, si batteva con Merlin, Indro Montanelli, nel nome di "Fede cattolica, la Patria e la Famiglia" faceva una pervicace campagna contraria.
A settembre, quando la legge entrò in vigore, lo sciamare delle "signorine" fuori dalle "case", si caricò con tinte di malinconia e pathos. Le "signorine" che avevano accumulato un gruzzolo, si gettarono nelle attività economiche del boom allora agli inizi. Le altre entrarono nella clandestinità delle pensioni a poco prezzo, o iniziarono a battere il marciapiedi, esportando all'aperto la professione. Le più fortunate impalmarono clienti romantici che non potevano più fare a meno degli incontri con la desiderata. Molte rientrarono nelle case, trasformate in ricoveri pubblici per le ex.
La notizia che circola sui giornali italiani in questi giorni, con il comune di Villorba, Treviso, che, con piccolo contributo delle interessate, dà alloggio a proprie spese alle prostitute stanche e infreddolite (e a barboni, poveri, immigrati) in un "albergo della solidarietà", è l'ultimo tentativo di sanare il problema nato cinquant'anni fa quando, chiudendo le "case", si aprì il vaso di Pandora delle lucciole in strada. A Villorba, sulla via Pontebbana, ne stazionano regolarmente a decine, inamovibili nonostante le proteste degli abitanti e i tentativi di magistrati e polizia di aggirare il permissivismo delle leggi. Si tenga presente che, con la calata di slave e africane sui nostri marciapiedi, la calca dell'offerta del SexSupermarket, è diventata importuna, creando intralci alla circolazione, oltre ai diverbi familiari cui accennava già De André in "Bocca di Rosa".
Nel celebrare il cinquantennale della legge sulla "Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui", va riconosciuto che, come spesso capita da noi (vedasi la legge Basaglia sui malati di mente, e la stessa legge sull'aborto tornata sulle prime pagine), si abolisce senza aver prima creato l'alternativa, quasi esista un meccanismo di partenogenesi dialettica, che faccia nascere il nuovo dall'abolizione del vecchio. Furono 560 i luoghi di piacere chiusi, e 2.500 le donne registrate che ne uscirono. Oggi sono migliaia le strade battute da decine di migliaia di donne in offerta, e abbondano "case" di incontri più o meno clandestini, a quel che se ne legge sempre più pervertiti.
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