Cinema

IL caso/ La sfida dei Centoautori

di Filippo Brunamonti

La "sfida alta". Qualche giornale italiano ha ribattezzato così la mobilitazione degli artisti per una nuova legge sul cinema e, più in generale, il tentativo di approdare a uno sviluppo culturale in modo prioritario. Nel febbraio scorso, una cinquantina di scrittori e registi, per lo più amici e colleghi, ha cominciato a frequentarsi per chiedere maggior riconoscimento alla direzione di Rai Cinema. Di lì a poco, il documento per una costituente del cinema e della tv è divenuto colore forte per riverniciare la trasparenza di certe stanze del potere. Erano nati i Centoautori.

"Il movimento è fiorito istintivamente sul nodo cruciale del rapporto tra politica e cultura, sulla riflessione delle sue distorsioni presenti e sul percorso di crescita che questo rapporto deve avere il coraggio di imboccare, con fantasia, coraggio, determinazione. Ecco la sua prima diversità: in un settore culturale in cui da sempre ci sono fortissimi legami con i partiti, Centoautori è un movimento autonomo, non allineato, trasversale, che unisce e attraversa le generazioni e le professioni del cinema e della televisione". Quello che si legge dalla nota di Valerio Jalongo (www.100autori.it) è forse l'appello più grande del mondo culturale italiano. A cui va aggiunta la lettera del regista Bernardo Bertolucci (premio Oscar per L'ultimo imperatore, 1987) pubblicata l'11 giugno su Repubblica. Una richiesta agli uomini della politica perché sappiano cogliere il valore della cultura come plus del Paese e delle future generazioni.

Bertolucci non ha convinto tutti, (pesantissimo l'attacco di Renato Brunetta e di Libero al cinema "che ruba" i soldi pubblici e porta conformisticamente acqua alla sinistra, ma anche l´altolà di Tullio Camiglieri di Sky alla "tassa di scopo" su Italia Oggi), e la blogosfera si è scaldata .

Il blog di Cristiana Alicata, ad esempio, ha sconfessato il regista con questi termini: "Quando Bertolucci cita Berlusconi (per descriverne la sua ignoranza di uomo di business) che dice: da questo governo vogliamo azioni e fatti concreti, egli interpreta l'esigenza del Paese. Facile per un regista probabilmente abbastanza ricco per non contare i giorni di cui è costituito un mese, parlare di cultura".

La critica e gli appassionati di cinema, da Ciak a Duellanti, da Cineforum a Film Tv (riviste di cinema italiane), hanno invece detto sì alla rivoluzione, richiamati da una forte presa di coscienza: quella di non aver mai sentito nei discorsi dei politici la parola cultura. Citando Bertolucci, in Italia i Centoautori hanno acquistato un senso portando a galla alcuni valori del dopoguerra: "Mi chiedo perché in Italia non è stata possibile la nascita di un canale come "Arte", la cui ragione sociale è il fare cultura, diffonderla, allargare il numero dei suoi spettatori allargando insieme il numero dei suoi autori, inventandone di nuovi, promuovendoli. Varrebbe la pena di interrogarsi sul perché da noi qualcosa del genere è stato inimmaginabile almeno fino a ieri. C'è stato un momento, verso la metà degli anni settanta (gli anni di Moro-Berlinguer) che vorrei ricordare a tutti coloro che lo hanno vissuto, in cui sembrava essersi trovata una gioia, una magia tra la cultura di questo paese e la sua gente. Le parole, i libri, i film venivano percepiti in maniera che chiamerei sensuale. In quel clima di straordinaria tensione creativa e morale e politica abbiamo visto qualcosa di irresistibile: gli occhi della gente reinventavano quello che ricevevano, elaborandolo, allungandogli la vita, rilanciando".

E il cinema italiano ha subito risposto: il quotidiano di Ezio Mauro ha raccolto una serie di commenti dai registi più autorevoli: Marco Bellocchio ("Sarebbe sbagliato intendere il richiamo di Bernardo alla libertà creativa degli anni 70 come nostalgia per un´età dell´oro passata. L´intelligente ovvietà, che non è un´ovvietà, l´uovo di colombo contenuto nell´appello di Bernardo come nei principi che ispirano il movimento di cui si fa espressione, è: più sono i film che si producono, anche a bassissimo costo, e più aumentano le possibilità che se ne facciano di belli. O anche: perché l´Italia non deve avere la sua Arté, perché la tv italiana non può unirsi a quelle francese, tedesca, spagnola per fare una grande televisione culturale europea? Nessuna bramosia da parte del cinema di sostituirsi alla politica. Di nuovo, però: questo nostro movimento ha successo ed è bello perché dice cose di buonsenso. Chiede che chi fa cultura conti di più nel decidere ciò che lo riguarda"), poi Daniele Lucchetti, regista dell'ultimo cult Mio fratello è figlio unico ("Bernardo ha espresso un sentimento generale. Da noi del cinema è partita una riscossa che chiede di estendersi a tutto il resto della cultura italiana. Quello che più di tutto vogliamo è che si esca dall'abitudine di volare basso. Del dire rassegnati "purtroppo le cose stanno così" e "purtroppo non c'è niente da fare". Liberarsi dal sentimento che contagia tanti anche nell'informazione: purtroppo. Non è vero: potrebbe non essere così") e lo scrittore Stefano Rulli, uno dei cervelli del movimento Centoautori.

Come si legge nel manifesto ufficiale, la grande ambizione, quella "per una legge buona e giusta", iniziata in sordina dal regista Giuseppe Piccioni un anno fa (era tempo di elezioni), si è consolidata nell'abitudine di incontrarsi il giovedì pomeriggio alla trasteverina Libreria del Cinema. E ha fatto il suo debutto pubblico con l'assemblea del 7 maggio al teatro Ambra Jovinelli di Roma.

Evento di grande risonanza con il ministro della cultura Rutelli accompagnato dai primi firmatari della proposta di legge Franco e Colasio.

Da quel momento si è intensificata l'attività delle commissioni create per ciascun settore della cultura. "Come i rapporti con Sky in relazione all'introduzione della "tassa di scopo". Quel prelievo che dovrà essere imposto a tutta la catena di sfruttamento del cinema perché nel cinema sia reinvestito" (dall'articolo di D'Agostini, Repubblica 12 giugno 2007).

E oggi, a che punto siamo? Qualcosa si è mosso, ma come ha scritto il quotidiano l'Unità all'alba del 2008, il cinema italiano (paragonato a un "morto che parla"), è ancora orfano di una legge di sistema