PUNTO DI VISTA/ESCE UN LIBRO SUL GRANDE INTELLETTUALE/ Peccato, un altro Prezzolini mancato

di Toni De Santoli

Sferrò un duro assalto al provincialismo italiano, al dannunzianesimo, al militarismo (ma andò a combattere come volontario nella Grande Guerra). All'alba della nascita della società delle masse, tentò di far comprendere agli italiani la necessità di indagare dentro se stessi allo scopo di giungere al miglioramento etico e civico, individuale e collettivo. Ateo, cercò Dio, senza tuttavia trovarlo. Negli anni della giovinezza e della prima maturità, bollò famiglia e matrimonio come un carcere che avviliva e soffocava la personalità dell'individuo. Lanciò riviste, scrisse migliaia di articoli, produsse saggi, scoprì numerosi talenti giornalistici e politici. Ricco di estro, a volte incostante, studiò comunque la filosofia con metodo e raziocinio. Ammirò Bergson, Sorel, Croce. Fu amico di Mussolini, che lui scoprì come giornalista intorno al 1909, ma mai rinnegò il legame col duce. Visse in America dal 1929 al 1962, insegnando con vivace, genuino anticoformismo alla Columbia University. Per anni e anni fu il vate della Casa Italiana.

Ecco chi fu Giuseppe Prezzolini (Perugia 1882 - Lugano 1982), il giornalista e saggista forse più originale della nostra Storia. L'uomo che, a Firenze, insieme a Giovanni Papini, fondò  nel 1908 "La Voce" (nata dalle ceneri del "Leonardo"), il periodico di studi filosofici, morali, politici che sul ciarpame dell'Ottocento italiano si abbattè con ancor più forza di quella esercitata dal Futurismo. Per ampiezza di temi e per rigore intellettuale, e quindi politico, "La Voce", come osservò nel dopoguerra Curzio Malaparte, preparò sia il fascismo sia l'antifascismo. Il retaggio di quella vibrante, asciutta rivista e l'opera che Prezzolini seguitò a svolgere, seppero ispirare e formare i Montanelli, i Longanesi, i Buzzati, gli Ansaldo, i Giovannini e almeno un paio di generazioni di giornalisti italiani.

Di Prezzolini, è uscita in questi giorni in Italia l'ennesima, voluminosa biografia ("Giuseppe Prezzolini - L'anarchico conservatore", Mursia, 497 pgg., 24 euro). Ne è autore Gennaro Sangiuliano, quarantaseienne giornalista e scrittore, il quale, nella prefazione che accompagna il libro, dice di aver voluto seguire uno stile di scrittura semplice, chiaro, accessibile a tutti. Ma sembra vero il contrario... L'opera, sebbene svolta con ammirevole impegno, risulta piuttosto indigesta, dispersiva per i troppi dettagli offerti ai lettori, troppo cronologica. All'atto pratico, è indirizzata ai soliti dotti, agli eruditi, ai colti. Non se ne può comprendere il senso se già non si conoscono l'idealismo, il positivismo, l'attualismo. Per assimilarla, bisogna aver fatto con passione l'università, il solo liceo classico non basta nemmeno... Rieccoci, quindi, con un indirizzo, un'impostazione, uno stile intellettuale di cui proprio lui, Giuseppe Prezzolini - il toscano semplice con gli umili, duro e altero coi potenti, il pessimista che sottoponeva se stesso a un incessante lavoro d'introspezione - intendeva liberare la psiche, il costume, le lettere italiane.

Il volume, che però consigliamo allo studioso, presenta anche alcune lacune. Manca, per esempio, il quadro sociale, culturale, antropologico, quotidiano della Firenze conosciuta da Prezzolini nei primi quindici anni del Novecento; della Firenze in cui nacque in quattro e quattr'otto e poi si sviluppò con fragore "La Voce" . Non si può insomma capire Prezzolini se non si conosce il clima, se non si ha, addirittura, un certo senso tattile e olfattivo, di "quella" Firenze. Ecco quindi un'altra occasione mancata per avvicinare gli italiani d'oggigiorno a un grande della nostra Storia, del nostro pensiero. A un uomo più moderno di tanti nostri contemporanei stessi...