Economia

Azienda Italia, che passione

di Michelina Zambella

Dal 7 all'11 gennaio 2008 una delegazione ufficiale di specializzandi MBA della Columbia University di New York ha visitato alcune tra le maggiori imprese della Penisola, per scoprire l'evoluzione del modello italiano orientato all'high-end.

La visita è stata organizzata dalla Columbia University, rappresentata dalla Prof. Ketty Maisonrouge, in collaborazione con l'Associazione degli studenti MBA italiani negli Stati Uniti, NOVA, rappresentata da Stefano Casertano, Laura Toia e Matteo del Vecchio.

Tra i fortunati studenti della Columbia: Courtnay Thomas (USA), Ying Li (Singapore), Minas Siskos (Grecia), Christopher Relyea (USA), Wei Bao (Singapore), Jason Belland (USA), Pawel Rajat (Polonia). Tra Roma e Milano, il gruppo ha visitato aziende quali Luxottica, Ifil, Bracco, Eni ed Enel, protagoniste di importanti passaggi, da modelli famigliari o nazionali, a realtà che sfruttano risorse rinnovate e globali. Ma incontri fondamentali sono stati anche quelli con l'Unicredit e con i manager di Armani e Bulgari. Settori tradizionali, dunque, ma anche tecnologico-finanziari che danno ancora lustro al nostro modello di specializzazione industriali, per tanti versi criticato ma ancora in forze per gareggiare nel competitivo mercato globale.

Giovedi 24 gennaio, ore 12.30, Istituto Chazen, Columbia University. È li che Oggi7 ha intervistato i due giovani, arrivati puntuali e sorridenti: Christopher Relyea, 29 anni, cresciuto a Greenwich (CT) ma trasferitosi a NYC da quando frequenta il college, e Elaine Li che dalla Cina è venuta a studiare alla Columbia. Poche ma essenziali domande, altrettante concise risposte hanno dato vita a dei risultati sorprendenti se si considera l'immagine positiva che gli studenti hanno avuto sullo stato di salute del Made in Italy e delle nostre aziende.

Iniziamo col chiedere quali sono le aziende italiane visitate più interessanti, in cui a loro piacerebbe lavorare. Unicredit è senza dubbio la risposta comune, in quanto, a loro dire, si presenta come uno dei principali gruppi bancari italiani che sta ponendo l'individuo al centro di ogni attenzione, valorizzando le potenzialità e dando concretezza a progetti e ispirazioni. È una banca leader in Europa e vuole diventare un brand forte anche altrove. "Unicredit presenta una prospettiva inusuale e inaspettata"- dicono - "che si proietta nei mercati mondiali con un approccio globale offrendo, dunque, grandi possibilità di successo e di carriera".

Per quanto concerne punti di forza e debolezza delle imprese italiane, al confronto con quelle americane, Christopher dice: "Il tessuto sociale sta a cuore delle aziende italiane e questo ha rappresentato sì un punto di forza, ma anche un punto di debolezza. Nella tradizione americana si cerca di liberalizzare il tessuto sociale. In FIAT, ad esempio si è cercato di utilizzare il tessuto sociale ma alla fine l'azienda non ci è riuscita, cosìcchè le decisioni sono state prese tenendo in considerazione il bene generale del paese e, così facendo, si è riusciti comunque ad ottenere risultati positivi. Ma credo che questo ‘senso di comunità' tipicamente italiano in America possa essere pericoloso perchè può sfociare in campi distinti, incapaci di vedere gli interessi di altri gruppi sociali. Questo senso di comunità era tipico delle aziende americane tradizionali di alcuni decenni fa".

Elaine, invece, si dice impressionata dalla capacità dell'Italia di mantenere forte il suo brand, la qualità e i materiali che vengono utilizzati nel cibo, vestiti e scarpe. I punti di debolezza, a suo dire, sarebbero riscontrabili nelle politiche di governo che influenzano l'attività delle aziende, soprattutto quando queste si proiettano sui mercati esteri, al di fuori dell'Italia.

Qual è dunque il segreto vincente del Made in Italy all'estero?

"Innanzitutto, la cultura e la tradizione di una produzione appassionata mette il Made in Italy al riparo da qualsiasi concorrenza, soprattutto per i prodotti di lusso e di alta qualità. Secondo, i sistemi di controllo qualità e le tecniche di produzione"- afferma Elaine.

Christopher invece crede che una delle principali chiavi del successo del Made in Italy dipenda dalla capacità delle aziende italiane di mettere orgoglio e fascino in tutto ciò che producono, mostrando una grande abilità di trasformare le cose, simile al modello di produzione giapponese, quasi si stesse creando un'opera d'arte, unica e inimitabile. "Ciò che manca alle aziende americane, che invece quelle italiane hanno, è il senso della passione reale per ciò che si fa, la capacità di essere artisti, artigiani"- e prosegue: "Credo che ciò che attrae del Made in Italy è la convinzione, per il consumatore, che si stia acquistando qualcosa di veramente speciale con quel prodotto".

Una descrizione mozzafiato e soddisfacente per chi, da italiano, ascolta l'ammirazione che si ha del nostro brand da due angoli diversi del mondo, Usa e Cina.

Come rispondere dunque alle accuse di un Made in Italy scadente e non più competitivo?

Chris dichiara: "Io personalmente non ho quell'impressione". Elaine, invece, afferma: "I beni di lusso mantengono ancora il loro fascino, lasciandosi alle spalle altri competitori giapponesi o coreani, se la comparazione avviene su basi qualitative. Infatti, un esempio che mi viene in mente è quello della Fiat: lì, le accuse potrebbero essere fondate, ma quelle stesse accuse cadono se ci riferiamo a macchine di lusso come la Ferrari".

Nell'istante in cui si inizia a parlare della situazione politica italiana e sulle conseguenze che il danno d'immagine provocato può avere sul marchio Made in Italy, il governo cade. La domanda allora nasce obbligatoria. Come spiegare, facendo ricorso anche ad analogie, il caso di un Made in Italy che continua ad andare avanti, con un governo mal funzionante e adesso inesistente? Come i due giovani ci ricordano, le aziende italiane sono già sopravvissute a periodi politici molto instabili e hanno dimostrato una grande capacità di adattarsi a queste condizioni. Il valore delle grandi realtà è quindi immutato; problemi possono esserci per le piccole e medie imprese.

Christopher, tuttavia, crede esista una differenza tra performance politica ed attività economica e gli Usa ne offrirebbero un valido esempio. "Politicamente, l'America ha una reputazione all'estero che la pone sotto continue pressioni, ma non credo che questo influenzi la mentalità delle persone, la loro cultura. Il successo del brand italiano, nonostante tutto, si spiega con la devozione di piccoli gruppi di persone devote al loro lavoro, che non ha nulla a che fare col contesto politico che circonda questa produzione. Non stiamo parlando dei prodotti standardizzati di MacDonald's"- ironicamente afferma. Ma come (giustamente) Eliane sottolinea: "Sebbene politica ed economia siano due cose diverse, se nel breve periodo il Made in Italy è riuscito e ancora riesce a sopravvivere alla grave situazione politica, non è detto che questo trend possa continuare in una prospettiva di lungo termine".

Sull'incertezza del destino di un Made in Italy in fase di "ricostruzione", concludiamo l'intervista con quest'ultima domanda.

Come giudichereste i manager incontrati e cosa ammirate delle loro aziende?

Christopher dice: "Ciò che maggiormente mi colpisce è il grado di apertura internazionale che le aziende italiane hanno, dal momento che presentano sì caratteristiche tipicamente italiane, ma si dotano anche di un approccio multinazionale, più predisposto ad aperture verso nuovi paesi e mercati, come Asia e Russia, che non si ritrova nella mentalità delle aziende americane". Chris, d'altra parte, ammette di non apprezzare la misura piccola o troppo grande delle aziende italiane e, a tal proposito, afferma: "Se dovessi iniziare una mia attività mi orienterei verso aziende di media dimensione, tipo quelle americane, che rappresentano uno stimolo".

Elaine prosegue sulla falsariga di Chris: "Ammiro la passione per il proprio lavoro e il forte senso di globalizzazione di queste aziende italiane, ma la dimensione piccolo-media resta un fattore spaventoso, soprattutto laddove entrano in gioco politiche sindacali che le mettono fuori dal gioco-mercato".