PUNTO DI VISTA/ L'offensiva del Tet in Vietnam, 40 anni fa

di Tony De Santoli

Arrivò quarant'anni fa e fu un colpo che scosse l'America. Fu una legnata che minò per sempre la reputazione di numerosi alti ufficiali americani. Fu una tempesta che stordì la Casa Bianca e per una o due notti tolse il sonno al presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson e a un sacco di altra gente al Pentagono e al Dipartimento di Stato. Fu l'evento strategico, tattico, politico che indusse Walter Cronkite a dichiarare, in diretta tv (Cbs): "This war cannot be won!".

Fu l'offensiva del Tet, sferrata dai nordvietnamiti e dai vietcong fra le due e le due e quarantacinque antimeridiane del 31 gennaio 1968. A Hanoi il già celebre leader nordvietnamita Ho Chi Minh e gli uomini del Politburo vollero chiamarla così perché lanciata nel giorno del Tet Nguyen Dan, il capodanno lunare dei popoli dell'antica Indocina.

Gli americani, in quei giorni che sembravano non passar mai, s'accorsero di non averlo un altro MacArthur, un altro Lee, un altro Grant. E di non aver nemmeno un altro Lincoln. Per oltre una settimana, a cavallo di gennaio e febbraio, non si seppe che cosa fare. Non lo sapeva Johnson, non lo sapeva MacNamara (capo del Pentagono). Non lo sapeva neppure il generale Westmoreland, comandante in capo delle forze statunitensi, sud-vietnamite, australiane, neozelandesi presenti in Vietnam... All'atto pratico, il peso, terribile, di quell'offensiva fu lasciato sulle spalle dei tenenti, dei capitani, dei maggiori, vale a dire dei comandanti di plotone, di compagnia e di battaglione. Senza la tenuta esibita da ufficiali fra i venti e i trent'anni, mezzo Vietnam del Sud fra il febbraio e il marzo di quell'anno sarebbe caduto nelle mani dei nordvietnamiti e dei vietcong e, probabilmente, Saigon si sarebbe arresa al generale Giap (ministro della guerra e capo di Stato Maggiore nordvietnamita) non il 12 aprile 1975, ma alcuni anni prima...

Si diceva che la guerra del Vietnam fosse la guerra combattuta solo dai negri (non ancora chiamati neri), dai portoricani e dai bianchi poveri (il "white trash"). Era vero. E' vero. Anche negli Stati Uniti degli Anni Sessanta (degli "irripetibili" Anni Sessanta) ci si imbosca o ci si arroga il diritto di non arruolarsi. Del resto, la vita adesso è dolce, dolcissima, per parecchi figli della "più grande democrazia sulla faccia della Terra". La nazione è attraversata da una liquidità monetaria senza precedenti, è (relativamente) facile trovare un impiego ben remunerato, le università sono accessibili a molti, l'acquisto di un'automobile è alla portata di tutti o quasi tutti; i modi per divertirsi non mancano, c'è aria di festa nel Paese e, soprattutto, c'è musica, incessante, armoniosa, divina: è la musica dei Beach Boys, degli Isley Brothers, delle Supremes, dei Lovin' Spoonfull, di Bob Dylan, Joan Baez, Joe South, Neil Diamond, Dionne Warwick, di altri ancora. I costumi, poi, già allentatisi dopo la Grande Guerra (nei Roarin' Twenties) e di nuovo con la Seconda Guerra Mondiale, ora si allentano ancor più: portare a letto una ragazza non richiede più il laborioso, e anche buffo, ampolloso corteggiamento d'un tempo. Perché, quindi, lasciare questo mirabile Paese del Bengodi per finire in una malsana risaia asiatica e rischiare di lasciarvi la pelle...? Sorry folks, ma nella protesta studentesca di allora contro la guerra vietnamita c'è - almeno secondo noi - poco sentimento cristiano (il sentimento che ti rende odioso il solo pensiero di toglier la vita ad altri) e c'è, invece, la risolutezza, quasi isterica, di non mollare per nessuna ragione la Cornucopia!

Così, nel Delta del Mekong, a Da Nang, Hue, Khe Sanh, ci vanno a crepare, soprattutto, neri, portoricani, qualche dozzina di aristocratici del Sud (tanto per tener fede alla tradizione di famiglia) e migliaia e migliaia di ragazzi anch'essi "sudisti", i "white trash" del Mississippi, della Georgia, dell'Alabama, del Tennessee. La paga dopotutto è buona e, ancor più che ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, al soldato americano, al G.I., viene elargito, in primo luogo, il superfluo. Ma la morte può coglierti anche nel centro di Saigon, anche in Rue Catinat, nei caffè molto alla francese, nei bordelli, nelle piazze mentre scatti foto ai tuoi commilitoni o passeggi con la bambola annamita tutta curve. Saigon è investita dal Tet il 31 gennaio stesso: massiccio il fuoco dei mortai e dei lanciarazzi, seguito dall'assalto di magnifici vietcong ben preparati a eseguire colpi di mano. Nelle prime ore del 31 gennaio un manipolo di vietcong apre addirittura una breccia nell'ambasciata statunitense e solo intorno alle nove e mezzo di mattina gli americani riusciranno a riprendere il controllo della situazione. Ma dopo aver patito diverse perdite.

Nell'offensiva del Tet, nordvietnamiti e vietcong impiegano all'incirca centomila uomini. Gli attacchi vengono diretti su un centinaio fra città, cittadine, paesi e su trentasei dei quarantaquattro capoluoghi di provincia. Ma lo sforzo maggiore è indirizzato appunto su Saigon, su Da Nang, Khe Sanh, Hue.  Vale a dire sulla capitale del Vietnam del Sud e su tre città che accolgono grosse basi Usa. L'offensiva comunista dimostra subito una spinta considerevole (specie nei settori occupati dal Primo e dal Secondo Corpo d'Armata americani), ma già la sera del 3 febbraio nordvietnamiti e vietcong sono costretti a segnare il passo. Non solo: in alcuni salienti perdono il terreno guadagnato. La risposta americana e la risposta sudvietnamita sono insomma efficaci. Anzi, fra neri e "white trash", in quella bufera simile a una "apocalisse", nasce, o si sviluppa, un certo "feeling": i "blackies" non provano nessun fastidio per il fatto che quasi tutti i loro commilitoni del Deep South o della Virginia portino sull'elmetto la riproduzione della bandiera della Confederazione degli Stati del Sud (1861-1865). E i "red necks" degli Appalacchi o del fiume James capiscono di potersi fidare, anche ciecamente, del "coloured soldier".

Ma l'offensiva del Tet provoca un trauma in un uomo che non dovrebbe in nessun caso accusare traumi. Quest'uomo è il generale Westmoreland, il quale (nelle parole del suo aiutante di campo e di vari giornalisti) appare  "stunned", "dispirited", "deeply shaken" dall'iniziativa dei nordvietnamiti e dei vietcong. "Westy", soprattutto, è sorpreso dalla coordinazione degli attacchi nemici, specie a Saigon e a Khe Sanh. Ma questa è una coordinazione relativa: le forze comuniste non riescono infatti a sfruttare fino in fondo il fattore-sorpresa che le ha bene assistite nelle prime trenta o trentasei ore. Anche perché neri, portoricani e "white trash" si battono meravigliosamente.

Strano personaggio William C. Westmoreland, nato il 26 marzo del 1914 a Spartanburg County, South Carolina, in un'agiata casata trasferitasi dall'Inghilterra in America nel Settecento. E' un generale alla Robert E. Lee per la cura, quasi paterna, che ha dei propri soldati, ma del leggendario comandante dell'Armata della Virginia Settentrionale che "quasi" vinse la Guerra Civile, non ha l'immaginazione, non ha l'ardimento. Non ha il "drive". I suoi critici più severi sostengono che a lui riesca una sola cosa: chiedere sempre più truppe attraverso dispacci giornalieri indirizzati alla Casa Bianca... Nel gennaio del 1968 trecentocinquantamila soldati americani già si trovano dislocati nel Vietnam del Sud. Non ce n'erano così tanti nemmeno nella Campagna d'Italia fra il 1943 e il 1945! Eppure, lui si sente un incompreso. Incompreso da Johnson, dalla stampa, dagli americani. Forse è un "mama's boy" che ha sbagliato mestiere, ma che ha fatto carriera perché molto, ma molto, diplomatico, fino a risultare untuoso, senza tuttavia accorgersene. Dopo l'offensiva del Tet, verrà sostituito dal generale Abrams (suo compagno di corso a West Point).

Westmoreland fa perfino una brutta figura sostenendo che l'assalto nemico su Khe Sanh è l'obiettivo primario delle forze comuniste mentre tutto il resto costituirebbe invece una serie di azioni diversive. Ma, come intuiscono già tenenti e capitani, non ci sono "azioni diversive" da parte dei nordvietnamiti e dei vietcong: l'eroica offensiva di Hanoi è, sissignori, a tutto campo. Per due, tre mesi si combatte furiosamente a Khe Sanh, a Hue, a Da Nang, nel Delta del Mekong. I nordvietnamiti riescono a occupare per settimane la Cittadella di Hue, antica capitale imperiale. Ma il ritorno americano li costringe a sloggiare. Ai primi di aprile la fase inziale, e più significativa, dell'offensiva del Tet (le successive due non saranno che una coda, per quanto velenosa, dell'uragano scatenatosi il 31 gennaio), si esaurisce di fronte al muro americano (e sudvietnamita). Le forze di Hanoi hanno perso quarantamila uomini, gli americani duemila, i sudvietnamiti quasi tremila. Nell'ambiziosa offensiva, Hanoi si è rotta le ossa. Ma in tutto il mondo prevale l'impressione che siano stati gli americani a rompersele. Solo in anni recenti si è fatta giustizia storica. Non a caso fu dopo "quel" Tet che i nordvietnamiti accettarono di avviare trattative di pace (in Francia) con gli Stati Uniti, trattative fino ad allora respinte con sdegno.

Ce ne vuole davvero perché la Storia riesca a farsi capire...

 

* AVVISO AI LETTORI: La rubrica "Il Rimpatriato" di Franco Pantarelli riprenderà la prossima settimana