Arte

PERSONAGGI. L'amplificatore degli artisti

di Ilaria Costa

Massimiliano Gioni ha 34 anni e nel mondo dell'arte contemporanea internazionale è un nome già affermato come curatore di mostre. Nell'ambiente circola la voce che lo sia anche come "viveur".

Attualmente è Direttore delle Mostre Speciali al New Museum di New York City, nella sua nuova sede nel Lower East Side e Direttore Artistico della Fondazione Trussardi di Milano. Ha curato, tra le altre, la quarta edizione della Biennale di Berlino e la sezione "Zones" della cinquantesima edizione della Biennale di Venezia di 5 anni fa, nel 2003. Ha lavorato con artisti del calibro di Maurizio Cattelan.

Porta la sua firma "Unmonumental", la mostra con la quale è stata inaugurata dopo una lunga attesa l'elegante sede del New Museum sulla Bowery. La collettiva in visione fino al 30 marzo è ospitata nelle ariose gallerie costruite appositamente per ospitare opere di artisti contemporanei. Il New Museum si propone infatti di diventare la casa dell'arte contemporanea più avanguardistica di New York, nonché la sede di pratiche artistiche sperimentali.

Sfuggendo i cliché di molti curatori, Massimiliano si muove abilmente tra istituzioni, media e territori creando sistematicamente spazi alternativi per l'arte. Il più intrigante è senz'altro la Wrong Gallery, da lui gestita insieme a Maurizio Cattelan e Ali Subotnick. Questa minuscola galleria dispone di un solo metro quadrato - fino al 2005 era ospitata in un edificio nel cuore di Chelsea a Manhattan ed ora alla Tate Gallery di Londra- ma i curatori sono riusciti ad organizzarvi già numerose mostre! Secondo Gioni è un luogo/non-luogo quasi virtuale... che lui ritiene uno degli "spazi" che funziona meglio per l'arte di oggi. Ecco come lo definisce: "Un luogo che quasi non esiste, quasi non è neanche un luogo, ma solo un nome o forse una modalità di lavoro - lavorare senza soldi, insieme, con ogni mezzo necessario. Ecco anche in queste condizioni, riesci ad aprire spazi, a creare spazi, magari solo metaforici, per fare intervenire artisti e per far parlare gli altri".

Nella nostra intervista ci confessa di non sentirsi affatto "affermato" o tanto meno "arrivato" ma di emozionarsi ogni volta come se fosse la prima di fronte a nuovi artisti, nuove sfide, e nuove mostre da metter su. "Ogni volta è come ricominciar da capo".

Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a diventare un curatore di mostre d'arte contemporanea?

"In realtà quando ho iniziato ad appassionarmi all'arte contemporanea, non sapevo neanche cosa fosse un curatore. Sapevo che volevo essere un critico o meglio ancora un complice degli artisti. Quindi forse sono diventato curatore perché è la professione che ti permette di essere a diretto contatto con gli artisti, di diventare un loro compagno di strada, un amplificatore della loro voce. A volte si ha anche la fortuna di realizzare progetti straordinari. A dire il vero poi, non penso neanche che sia una professione, ma semplicemente il modo migliore per essere sempre a diretto contatto con l'arte".

Come mai hai deciso di trasferirti a New York City?

"New York è una città curiosa, aperta, in cui l'arte contemporanea si è conquistata una centralità ed una visibilità difficili da trovare in altre parti del mondo. L'Italia invece per molto tempo è rimasta a preoccuparsi del passato, dell'arte antica e con la contemporaneità ha avuto una relazione complicata. Le cose sono cambiate e stanno anche cambiando, ma quando sono venuto a vivere a New York nel 1999, come editor della rivista Flash Art, New York era una tappa fondamentale per chiunque al mondo volesse capire dove stesse andando l'arte contemporanea."

Come descriveresti oggi il tuo ruolo? In particolare cosa significa, così giovani, essere "Director of Special Exhibitions" al New Museum di New York oltre che "Direttore Artistico" della Fondazione Nicola Trussardi a Milano?

"Ci sono vari modi in cui si può descrivere il lavoro di curatore. In quello più noioso e burocratico il curatore deve far quadrare i bilanci, rispettare le scadenze e tenere tutto in ordine nel museo. Naturalmente anche questi aspetti sono fondamentali, perché nel bene e nel male c'é sempre un aspetto di efficienza e precisione che è importante per tenere in vita un'istituzione. Ma gli aspetti più stimolanti sono il contatto diretto con gli artisti e la ricerca costante di risorse, opportunità, idee e occasioni per far sì che gli artisti realizzino anche qualcosa che non hanno ancora creato.

Ad esempio a Milano con la Fondazione Trussardi siamo alla ricerca costante di nuovi spazi dove esporre arte contemporanea: depositi abbandonati, palazzi fastosi, piazze; è un modo per mettere a disposizione degli artisti l'intera città.

A New York il New Museum è l'unico museo interamente dedicato all'arte contemporanea in cui si conducono sperimentazioni, e questo con una velocità e una reattività che non è tipica dei musei tradizionali. Lo si capisce già dalla scelta della location: il New Museum è l'unico museo costruito a downtown nella storia di Manhattan. Vogliamo essere vicini ai luoghi in cui la cultura è rimessa in discussione e inventata ogni giorno. Non siamo come i templi di uptown, siamo piuttosto un'antenna che capta i segnali della città, li amplifica e li ritrasmette al pubblico."

Quali sono gli aspetti che ti stimolano di più del tuo lavoro e quelli che ritieni siano meno in sintonia con il tuo carattere?

"Penso di averti già risposto: gli aspetti stimolanti per me sono sinonimo di contatto diretto con gli artisti, la ricerca costante di risorse, di opportunità, di idee ed occasioni. Gli aspetti meno in sintonia con il mio carattere e che un po' mi pesano invece sono il far quadrare i bilanci, il rispetto le scadenze ed il tenere tutto in ordine."

Cosa si prova ad essere così affermati alla tua età?

"Mi ricordo una pubblicità italiana, di quando ero bambino: ‘Comincia presto, finisce presto e di solito non pulisce il water'. Ecco ho sempre la sensazione che avendo cominciato presto, forse finirò un po' prima degli altri: andrò in pensione in anticipo oppure mi toccherà ritirarmi. E poi... davvero... non mi sento per nulla affermato! Il bello dell'arte contemporanea è che per ogni mostra devi ricominciare tutto da capo. Ogni volta devi creare una nuova relazione, trovare una nuova sfida."

Quali sono i criteri con i quali scegli i tuoi artisti?

"Devo proprio rispondere a questa domanda? E' come quando si sceglie un amante o una fidanzata: non si hanno dei criteri precisi, ogni volta ci sono ragioni diverse... così come quelle che ti spingono a lavorare con un artista piuttosto che con un altro. Per me comunque è importante che la scelta abbia sempre un carattere di necessità, anche di urgenza, se vuoi, altrimenti sarei portato a non decidere mai. E' essenziale che quell'artista o quella mostra mi si presentino come una necessità, possibilmente per il pubblico e per l'istituzione".

Quali sono gli artisti italiani che pensi abbiano un respiro internazionale tale da essere rappresentati anche in spazi internazionali?

"Alcuni sono già famosi e celebrati in Italia e all'estero, pensa alla generazione di Vanessa Beecroft, Maurizio Cattelan o a Rudolf Stingel, che ha avuto una bellissima mostra al museo di Chicago e al Whitney di New York. Poi tra i più giovani Francesco Vezzoli di sicuro è uno dei nomi che si è imposto con più forza negli ultimi anni. Ce ne sono poi molti altri, da Roberto Cuoghi a Paola Pivi, passando per Patrick Tuttofuoco, Diego Perrone, Pietro Roccasalva, Micol Assael, Adrian Paci. Alcuni passano anche un sacco di tempo a New York come Ra Di Martino o Marco Boggio Sella."

Quale è lo spazio che funziona meglio per l'arte oggi? La tua Wrong Gallery, le gallerie virtuali come quella di Ombretta Agrò, la ormai popolatissima Second Life sul web... o gli spazi istituzionali tradizionali come i musei?

"Penso che in realtà sia più interessante pensare a quali spazi l'arte può creare. Non ci sono luoghi che funzionano meglio di altri, ma solo luoghi che l'arte può aprire e fare propri. Nel mio lavoro a Milano e anche nell'esperienza della Biennale di Berlino di due anni fa - che si svolgeva tutta su una strada in edifici abbandonati, ma anche in appartamenti privati - ho sempre cercato di esplorare spazi non convenzionali. C'è un'espressione bellissima che Heiddeger usava per descrivere l'arte: diceva che l'opera d'arte ‘fa mondo' - ecco bisogna lavorare affinché l'arte possa creare nuovi mondi, aprire nuovi mondi."

La tua giornata tipo? Hai tempo per coltivare la vita privata nonostante i tuoi numerosi impegni in giro per il mondo?

"In realtà è abbastanza monotona. Sveglia verso le sette e mi pianto davanti al computer e al telefono per lavorare con l'ufficio di Milano, fino verso le dieci, quando vado nell'ufficio di New York... Sono un impiegato di concetto."

Cosa vedi nel tuo futuro?

"Chi ha detto che il futuro non è più quello di una volta?"