Personaggi

Fotografia. LA Gun Club nella Cima 15-18

di Olivia Fincato

775 metri d'altezza avvolti dalla nebbia e un sentiero.

Siamo su Cima Grappa, vetta dell'omonimo massiccio che si erge isolato tra il fiume Brenta e il Piave. È questo il luogo sacro dove riposano tutti i soldati caduti durante la Guerra del 15 -18 ed è qui dove, non più di due giorni fa, l'installazione fotografica di Ale. Zuek. Simonetti è stata silenziosamente rimossa.

Ma seguiamo quel sentiero, lasciamo alle spalle il monumentale Ossario, e iniziamo a camminare. Tra non molto c'imbatteremo in quella che tutti chiamano la " base americana" un luogo abbandonato, fatiscente e misterioso.

Ci avviciniamo, le porte sono sigillate dalla ruggine e i muri sgretolati, un odore spettrale invade l'aria pungente del monte. Siamo arrivati, ma non possiamo entrare.

L'opera del fotografo Ale. Zuek. Simonetti si può ammirare solo dalle quattro finestre inferriate: sono otto foto larghe 3 metri e alte 1,5. Squarciano le pareti. Un bambino ha in mano un fucile a pompa, un braccio teso regge una Beretta, ci sono cataste di fucili e un bersaglio a cui le pallottole hanno distrutto la testa. E' forte. Il silenzio sacro dell'Ossario è interrotto da un terribile boato. Ci sono ancora armi in quel posto.

Le pistole del reportage di Ale. Zuek. Simonetti sul LOS ANGELES GUN CLUB non uccidono ma colpiscono dentro. Perché ti rendi conto che sparare è qualcosa di radicato e fin troppo naturale. Allo shooting range ci vanno tutti. Dal papà che inizia il figlio, alla coppia d'innamorati, dal gangstar al divo di Hollywood. "Basta avere 18 anni e si può accedere ad un'arsenale di armi che spazia dal calibro più piccolo al fucile a pompa" dice il fotografo. E' un luogo simbolico L.A. GUN CLUB, un oscuro punto di ritrovo situato in un quartiere industriale fuori downtown. Le famiglie ci vanno la domenica, magari dopo aver portato i bimbi a mangiare un gelato. Ci trovi poliziotti fuori servizio che si esercitano alla mira o fanatici guerrafondai, c'è chi va lì per gioco e c'è chi, invece, vuole seriamente imparare a difendersi. L'arma forse ha questo agghiacciante potere. Riempie di sicurezza il vuoto di chi la sa usare.

"Uno dei tipi all'ingresso mentre stavo entrando mi disse che spesso la gente si spara nei piedi accidentalmente e sottolinea che per poter sparare bisogna essere almeno in 2, il Gun Club non vuole essere responsabile nel caso uno volesse togliersi la vita, cosa già accaduta tra i 15 boots "

Il fotografo Ale. Zuek. Simonetti è accompagnato nel boot da uno degli addetti, è la prima volta che usa un'arma. L'adrenalina scorre lungo la spina dorsale mentre il rimbombo echeggiante dello sparo gli penetra nelle cuffie. Basta un solo tiro per capire che non fa per lui. E immediatamente lascia il fucile per la sua macchina fotografica. E comincia a scattare tra le postazioni affollate da tiratori.

Sono immagini crude, impregnate di polvere da sparo. Sguardi fieri e compiaciuti vicino a pallottole fumanti. Bersagli massacrati. C'è chi si tappa le orecchie assordato dalle mitragliatrici e chi mostra il proprio trofeo. E poi si incontrano gli occhi già adulti di un ragazzino che sembra abbia perso la fanciullezza a colpi di pistola.

Fino a poco tempo fa alcune gigantografie di questo servizio erano appese ai muri della base americana di Cima Grappa. Un atto simbolico quello del fotografo Ale. Zuek. Simonetti. Far riecheggiare gli spari nel silenzio di quel luogo abbandonato.Riportarlo in vita nel comune immaginario di violenza e morte.

Di seguito ecco l'intervista con lui.

 

Perchè hai scelto la base americana su Cima Grappa per installare il lavoro LA GUN CLUB?

"In Italia abito a mezzora d'auto da Cima Grappa. Fa parte della mia giovinezza e mi ha sempre affascinato. Ho realizzato il reportage senza pensare di dargli questa forma l'idea dell'installazione è scaturita a seguito.Entrambi, il luogo dove ho installato gli scatti, e il documentario, hanno un forte legame con la cultura e la storia radicata negli Stati Uniti. Paradossalmente la struttura dello shooting range di L.A. e della base americana del Grappa si sviluppano architettonicamente allo steso modo. Orizzontalmente. E entrambi non permettono l'accesso oltre un certo limite".

Come è nata l'operazione di decontestualizzare e ricontestualizzare il reportage LA GUN CLUB.

"Non è stata un'operazione meditata. Il fatto di utilizzare uno spazio pubblico per i miei scatti è qualcosa che avevo già fatto. A NY ho stampato 3000 stickers formato cartolina e ancora ne trovi in giro. Una sorta di "bombardamento iconico". Nello sticker c'è un'immagine riconoscibile della mia opera, una sorta di logo: un ragazzo che si copre il volto con una t.shirt dove è stampato un teschio".

Quale è stata la sensazione di sentire il rumore degli spari nel shooting rage? E di prendere in mano una pistola?

"Ho provato paura. Prima di allora mi ero promesso di non impugnare mai un'arma. Lo sparare allo shooting range di LA è stato frutto di una "lost in translation"...Quando ho sentito "are u ready to shoot?!" pensavo intendesse con la mia camera, non con una "Bull rider" di cui non ricordo nemmeno il calibro. Mi sono detto "perchè no?!", alla fine avrei capito fino in fondo cosa si sente dentro quando ti senti le braccia volare dal rinculo di una pistola.." Paura. Lo sapevo già".

Cosa ti ha incuriosito e attratto di quel posto? Quale il significato di questo reportage?"Lo shooting range di Los Angeles è davvero un posto surreale. Di sicuro lo è per me che a 12 anni andavo ai boyscout e l'arma più pericolosa che avrei potuto impugnare a quel tempo era un coltellino svizzero multiuso. LA Gun Club rimane un luogo sconcertante per me. Il punto d' incontro anche geografico tra due parti di L.A, tra la Los Angeles delle boulevard e l'est L.A. segnata visibilmente da un cambiamento architettonico e sociale. Tra i Booths di LA Gun ho trovato coppiette di Beverly Hills a fianco di Gangster di Campton, scolaretti e militari, appassionati di armi e semplici curiosi impacciati nell'impugnare una pistola".Come ti poni nel ritrarre questo tipo di realtà?

"Quando mi approccio a realtà che non mi appartengono ma mi incuriosiscono non faccio foto per dare giudizi. Voglio offrire una visione della realtà così come mi si presenta di fronte. Naturalmente il mio riportare è filtrato dalla mia personale visione del mondo, dal mio occhio".

Sei partito solo, munito di colla e pennello e hai in qualche modo profanato il luogo che tutti conoscono come "la base americana" installando la tua opera . E' stato un atto simbolico forte.

"Sono partito dal mio garage, con due taniche di colla da 20 litri l'una, 25 metri di carta stampata, un secchio e una scopa che ho usato come pennello. Arrivato a 2000 metri ho trascinato il tutto all'interno della base attraverso una piccola finestra dalla quale mi ci sono infilato anch'io. Chi ha documentato tutto è stato un fotografo con il quale sono molto legato per amicizia e ammirazione professionale, Renato D'Agostin. Lui ha fotografato ogni singolo istante dell'installazione. Di fatto ero solo perchè durante l'installazione ero in una sorta di trance visivo e uditivo, una sensazione che ho provato "back in the days" quando dipingevo i treni. I calcinacci di quel muro ammuffito e rovinato mi si attaccavano alle mani piene di colla, era estate, e nonostante l'altitudine, soffrivo il caldo di luglio. Un atto simbolico forte, come dici tu. Certo".