Storie

Un giorno nel mio diario in Kenya

di Beatrice Spadacini

NAIROBI (17 gennaio). Ultimamente ho difficoltà a concentrarmi. Sono spesso irritabile e mi sento suscettibile. Il mio sonno è disturbato da numerosi risvegli. Ci sono delle notti in cui dormo profondamente,  come  se fossi anestetizzata, altre in cui mi giro e rigiro senza riuscire a prendere sonno. Quando sono sveglia, nel cuore della notte, cerco di ascoltare i rumori che provengono dalla camera di mia figlia che è di fianco alla mia. Cerco un segnale di allarme, un richiamo. Poi tutto tace. Il silenzio. Ed ecco che cerco di riaddormentarmi invano.

Quello che doveva essere il periodo più importante della nostra vita, un periodo di intensa e scoperta reciproca, si è trasformato in un periodo di preoccupazione costante segnato da piani di evacuazione d'emergenza e di decisioni forzate con inevitabili conseguenze su un processo di adozione che è ancora in alto mare. Ed è allora che affiorano le innumerevoli domande.

Sarò costretta ad abbandonare il mio lavoro per riuscire a stare in Kenya con mia figlia? Se la situazione dovesse peggiorare riuscirò a farla uscire dal paese? Magari potremmo andare in un'altro paese nel mercato comune dell'Africa dell'Est? Persino il Ruanda in questo momento sembra un oasi di paradiso confronto al Kenya.

Tutte queste domande si affollano nella mia testa durante la notte. Di giorno, bene o male, risco a distrarmi con la musica classica, lo yoga e la meditazione. E' una  strategia che funziona per qualche istante  e che si interrompe ogni volta che accendo la radio e ascolto il notiziario della BBC, oppure quando guardo il telegiornale locale e vedo le immagini dei danni arrecati a Nairobi e della violenza inflitta nel resto del paese.

Il  servizio di sicurezza dell'organizzazione per cui lavoro mi invia saltuariamente messaggi di allerta sullo stato di sicurezza del paese. Io  invio loro aggiornamenti riguardo ai percorsi stradali da evitare, i nomi delle zone dove ci sono state sparatorie, e il numero dei feriti o dei morti nelle principali città del Kenya.

Tutto ciò contribuisce immensamente ad  alimentare la mia irrequietezza e la mia preoccupazione.

Nonostante sia di vitale importanza  essere informata sulle vicende che si susseguono, ho spesso voglia di spegnere il telefono, immergermi in un libro oppure ascoltare le favole in CD di mia figlia.

Mi preoccupa inoltre doverle spiegare, un giorno, quello che il suo paese ha dovuto affrontare oggi; in realtà non conosco l'etnia a cui appartiene mia figlia Zawadi dato che fu trovata abbandonata in una strada dello slum alla tenerà età di appena due settimane. Lo slum a cui mi riferisco si chiama Mathare e in questi giorni è sempre al centro delle notizie sulla crisi in Kenya. E' uno dei luoghi dove sono avvenuti ripetuti scontri fra polizia e dimostranti nel periodo post elettorale. A Mathare ci sono stati diversi morti, molti feriti e tanti sfollati.

Posso solo ringraziare Dio che mia figlia, per una coincidenza fortuita del destino, non abiti più a Mathare, soprattutto ora che il paese sta attraversando una delle crisi più gravi dal 1963, anno in cui il Kenya divenne indipendente dagli inglesi.

Mentre i politici litigano e si accusano a vicenda di aver contraffatto i risultati delle ultime elezioni che hanno visto rieleggere il Presidente Mwai Kibaki, l'ondata di violenza cresce e travolge gli innocenti civili che muoiono ingiustamente ed invano.

Da quando i risultati delle elezioni sono stati resi pubblici lo scorso 30 dicembre e sono immediatamente stati contestati da una elevata  percentuale della popolazione, vivere in questo paese è diventato quasi surreale.

L'ultimo giorno dell'anno, e per un paio di giorni successivi, la gente della medio borghesia ha assaltato  supermercati e distributori di benzina anticipando un blocco totale delle necessità primarie. Di conseguenza, i prezzi dei generi alimentari di base, come il pane, il latte, la farina e le verdure, sono aumentati come minimo del 50 %. In alcune città, fuori dalla capitale, gruppi di giovani infervorati hanno eretto posti di blocco nelle strade dando fuoco ai copertoni delle auto e brandendo maceti, bastoni e archi con frecce.

Sta diventando inoltre sempre più difficile restare obiettivi ascoltando i racconti di amici e colleghi Kenyoti, ognuno dei quali nutre la propria versione sulla legittimità delle elezioni e le proprie opinioni su come risolvere questa crisi politica che attanaglia il paese provocando disastrose conseguenze economiche ed umanitarie. La Croce Rossa internazionale ha confermato che al momento ci sono oltre 250,000 sfollati nel paese, per lo più rifugiati in chiese, stazioni della polizia e svariati campi profughi.

Credo sia abbastanza normale per noi stranieri processare e filtrare i racconti degli amici e dei colleghi attraverso il prisma dell'etnia. Sta diventando quasi "normale" chiedersi, mentre un collega racconta la propria versione dei fatti, "ma di che etnia è questo?" Quando ciò succede mi sento quasi imbarazzata, incapace di trovare una spiegazione ragionevole a quanto sta succedendo nel paese oggi. Inoltre, mi sento anche colpevole di proiettare i miei stereotipi occidentali sulla crisi attuale del Kenya.

La scorsa settimana, mentre rientravo da una missione di valutazione sui bisogni di assistenza umanitaria dalla città di Eldoret, una delle zone nella Rift Valley che ha subito enormi danni a seguito della violenza inter-etnica post elettorale e teatro dell'azione che ha visto bruciata una chiesa con all'interno 35 donne e bambini sfollati, ci siamo fermati con l'auto al Parco Nazionale di Nakuro famoso per i suoi fenicotteri rosa che si riuniscono a centinaia sulle sponde del lago.

Dopo avere intervistato dozzine di famiglie sfollate e visto in  prima persona i segni della distruzione che ha colpito la città ed i suoi dintorni, abbiamo sentito la necessità di un momento di raccoglimento per rigenerarci lo spirito. Il lago sembrava il luogo perfetto. Mentre attraversavamo il lago in macchina, un collega Kenyota ha notato che sotto un albero di acacia c'era un rinoceronte bianco e non troppo lontano, sotto un'altro albero, c'era un bufalo appisolato e tranquillo. Vederli insieme e così vicini è raro. Scherzando, il collega ha detto: "Vedete, se persino loro hanno trovato un accordo pacifico, perché non ci riescono anche il Presidente Kibaki ed il leader dell'opposizione Raila Odinga?"

Sarebbe ingiusto pensare che la maggioranza dei Kenyoti non vogliano la pace vista la tragedia di questi giorni. In realtà è vero l'opposto. I Kenyoti vogliono la pace ma non senza giustizia. Molti dicono apertamente che non si può avere l'una senza l'altra, ragione per cui occorre ricontare i voti presidenziali oppure ripetere le elezioni.

Quando ho lasciato mia figlia all'asilo nido questa mattina, ho visto un giovane insegnante giocare con un gruppo di bambini Kenyoti, alcuni di origine africana, altri asiatici ed altri di origine europea. La forza del Kenya è propria questa: la sua cultura multirazziale e multietnica. E tra questi bambini l'atmosfera era serena e gioiosa. In quel momento ho pensato che i valori del rispetto reciproco e della cooperazione vanno insegnati presto, quando i bambini sono molto piccoli.

La scuola ha un ruolo importante nel promuovere la pace. I primi a soffrire a seguito della violenza post-elettorale, sono proprio i bambini. A causa delle  elezioni, le scuole hanno chiuso prima ed aperto in ritardo. Molte scuole sono state distrutte e molte si sono trasformate in campi di accoglienza per gli sfollati. I bambini sfollati non hanno potuto ricominciare la scuola questa settimana e molto probabilmente perderanno l'intero anno scolastico.

I giornalisti descrivono le zone colpite da azioni violente e di guerriglia  e le immagini  del Kenya che appaiono sugli schermi televisivi in Italia o in America inducono a pensare ad un inferno. Anche se la situazione è indubbiamente grave, credo sia importante incoraggiare amici e parenti, che vivono lontani, a rimanere partecipi della situazione attuale del Kenya e a non cadere negli stereotipi descrivendo la crisi in atto come una "tipica crisi Africana senza speranza."

In qualità di residente in Kenya e persona che lavora per un'organizzazione umanitaria internazionale, non posso non cercare di comprendere cosa stia succedendo qui ora e non chiedermi cosa possa fare io, come individuo, per promuovere un clima di pace e di riconciliazione. Ma come si può fare ciò esattamente? Oltre a sostenere la mia organizzazione nel rispondere ai bisogni umanitari dei più di 250,000 sfollati nel paese, che altro posso fare io per favorire la giustizia e la guarigione di un paese la cui anima si sta frantumando?

Innanzitutto penso che occorra promuovere un senso di responsabilità individuale che aiuti a formulare un'analisi  approfondita degli eventi anziché  cedere ad interpretazioni semplicistiche e superficiali. Voglio inoltre ricordare agli amici e colleghi Kenyoti che loro stessi hanno il potere individuale di promuovere la pace o al contrario di fomentare dubbi e ed illazioni  che incitino alla violenza.

Come il rinoceronte bianco ed il bufalo al Parco di Nakuru, i leader di questo paese possono scegliere se vivere in pace o se continuare a combattere, fra di loro a scapito di tutte le creature che abitano il parco.