Il rimpatriato

Senatori in svendita

di Franco Pantarelli

Il minimo che si possa dire, del mio ritorno in Italia solo pochi mesi fa, è che di tempistica non capisco proprio nulla. Il Paese che avevo trovato non è che fosse esaltante, anzi il comportamento di Romano Prodi e di quella banda di squinternati che lo circondava mi faceva arrabbiare un giorno sì e un altro pure. Ma almeno era finita l'era delle leggi fatte apposta per togliere il capo dai pasticci legali; non si dovevano più temere sentenze di tribunale come quella - terrificante - emessa poco prima del cambio di governo: "l'imputato Silvio Berlusconi è assolto perché il fatto non costituisce più reato"; né ci si poteva aspettare ricostruzioni storiche del tipo "gli antifascisti mandati al confino se ne stavano in vacanza" o inviti ai santoni di Wall Street a investire in Italia perché le segretarie sono carine. Tutto sommato, meglio un governo con cui arrabbiarsi che uno di cui vendicarsi.

La breve navigazione del governo Prodi è stata così procellosa che ogni tanto le acque si prendevano qualche pezzo di vascello: la legge sulle coppie di fatto finita in soffitta, la riforma della Rai chiusa in frigorifero, la legge sul conflitto di interessi spedita in giardino, eccetera, in un continuo, estenuante lavoro di mediazione con gente che confondeva il far parte di una coalizione con il "o fate come dico io o niente". Ma alcuni risultati sono stati comunque raggiunti: la finanza pubblica è stata per quanto era possibile risanata; nei consessi internazionali nessuno si scanzava da Prodi nel timore di vedersi immortalato da qualche fotografo con un bel paio di corna sulla testa e gli evasori fiscali sono stati colpiti così bene che perfino il ministro Paolo Ferrero, uno degli squinternati maggiori, adesso è lì a rimpiangere che non ci sarà più modo di "redistribuire" la manciata di miliardi proveniente da tutta quella gente che non aveva mai pagato le tasse e che finalmente era stata stanata.

Il paradosso che ha decretato la fine è che ciò che non hanno potuto i problemi "veri", cioè legati all'evidente differenza politica fra le varie componenti della coalizione (dall'ineffabile Diliberto che va sulla Piazza Rossa a celebrare l'anniversario della Rivoluzione d'Ottobre alla faccia della storia che accade senza avvertirlo, alla devota Binetti che assicura l'intervento diretto di Dio su un funzionario della Camera dei Deputati, alla faccia della geografia che ci dice quanto è grande il mondo), ha potuto un problema "falso", vale a dire la pretesa di Clemente Mastella di avere la "solidarietà" dei suoi alleati contro i magistrati che stanno indagando sulle sue malefatte in quella parte di Campania che lui controlla alla maniera del brigante Musolino. Naturalmente, siccome Mastella non è un cretino (neanche il brigante Musolino lo era), tutti si sono messi alla ricerca dei suoi motivi "reali" e quello più logico sembra che - visto il "cercasi senatore disposto a cambiare bandiera, compensi adeguati e ottime possibilità di carriera" lanciato da Berlusconi - ha pensato bene di cogliere il pretesto della mancata solidarietà per "vendersi", presumibilmente a buon prezzo. Ma questa, almeno per ora, è un'ipotesi. La realtà per così dire agli atti è che siccome i membri della coalizione governativa non si sono levati come un sol uomo a difenderlo dagli spietati magistrati, Mastella ha deciso di far valere i suoi tre voti al Senato per far cadere il governo. (Uno dei "suoi" non ha obbedito e uno dei due obbedienti lo ha preso a sputi, tanto per dare un tocco di classe). Nel suo caso, insomma, il solito "o fate come dico io o niente" non riguardava divergenze politiche ma una sorta di "atto di fede" che doveva essere espresso nei confronti della sua persona, una cosa tanto ridicola quanto inutile, visto che gli atti di fede nei tribunali non sono amessi sin dalla caduta del Sacro Romano Impero. Al "gruppo senatoriale" di tre membri di Mastella se n'è aggiunto un altro, anch'esso di tre membri, che già tempo fa era sembrato sul punto di realizzare la "spallata" al governo profetizzata da Berlusconi ma poi aveva cambiato idea. Il travaglio al suo interno deve essere stato proprio lacerante: un senatore ha votato per Prodi, uno contro Prodi e uno si è astenuto. Quando si dice le idee chiare.