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Il caso Mastella e la caduta di Prodi

di Valentina Soluri

Alcune considerazioni diventano obbligatorie a seguito della circostanza che ha visto dipendere la sopravvivenza del governo italiano dalle vicende personali e giudiziarie di Clemente Mastella.

La prima, e più ovvia, è quanto l'affare Mastella, e il suo corredo di reazioni in Parlamento, sanciscano senza lasciare margini di dubbio la definitiva separazione tra politica e opinione pubblica. Separazione che non è più soltanto nei fatti (una classe politica con i suoi ben noti privilegi); ma che si tramuta in vera e propria separazione del comune sentire, nel momento in cui il governo Prodi al suo completo, senza parlare dell'opposizione, si è affrettato a difendere Mastella e signora, in apparenza del tutto all'oscuro dei sentimenti che hanno animato il paese dei "cittadini qualsiasi": ovvero coloro che, a prescindere dall'appartenenza politica, non godono dei benefici legati all'amministrazione della cosa pubblica e non partecipano, se non con il voto, all'aspetto decisionale dello Stato e del sistema economico italiani; ed escludendo anche, ovviamente, tutti i soggetti che possano essere stati direttamente avvantaggiati dalla benevolenza del Ministro della Giustizia, i quali, immediatamente dopo il fattaccio, con interviste anche molto ingenue, si sono riversati nelle strade e sui tg per proteggere il buon nome del loro signorotto.

Mi piacerebbe sintetizzare tali sentimenti, provati si diceva dalla parte "imparziale" del paese all'annuncio che Mastella aveva ricevuto un avviso di garanzia, con le scarne parole "era ora". Come se, confessiamolo, a molti quella sua carica  di Ministro della Giustizia fosse sempre parsa una stonatura. Come se in tanti si fossero chiesti se, nell'intero entourage di Prodi, non vi fosse un uomo più adatto a ricoprire quel ruolo. Un suo possibile illecito insomma non ha sorpreso nessuno, tranne i suoi colleghi parlamentari che hanno offerto al paese, già stremato dallo spettacolo di un Ministro della Giustizia indagato, anche il colpo finale della sua assoluzione ad honorem, a priori e bipartisan.

La seconda considerazione è relativa ai rapporti tra politica e magistratura e alle inquietanti dinamiche che si sono rese evidenti nelle mancate pretese, e nella conseguente reazione, di Mastella in quanto uomo politico indipendente, distinguendolo con questa espressione dal suo ruolo istituzionale che, peraltro, Mastella stesso sembra aver dimenticato. L'aut aut posto nemmeno tanto sottilmente al governo implica che lo stesso Mastella si aspettava dal primo ministro, o da chi per lui, il potere di accomodare la sua situazione giudiziaria, in nome della salvezza del governo. In quale modo, viene da chiedersi? Prodi avrebbe avuto la possibilità di intervenire sul fascicolo Mastella? Avrebbe potuto rallentarlo, insabbiarlo, bloccarlo? Ottenere in questo modo la permanenza dell'Udeur nella maggioranza?

Domande che possono sembrare del tutto scontate a chi percorre di frequente i corridoi di Montecitorio e di Palazzo Madama; ma che hanno lasciato di sasso un Paese che forse per la prima volta dopo Mani Pulite si rende conto dalle candide ammissioni della classe politica che il favoritismo come sistema di governo non solo esiste (questo già lo si sospettava), ma viene oggi spacciato da chi in carica come una realtà di fatto non soltanto da tollerare, tanto meno da cercare di combattere, ma anzi da ossequiare, da comprendere, di cui avere rispetto. Si chiede il rispetto, all'ormai ex ministro Mastella; che ha aperto il suo intervento in Senato citando nientemeno che Pablo Neruda, il poeta esiliato.

L'ultima considerazione riguarda infine l'Italia nello scacchiere più ampio; l'Italia in cui il governo vacilla e poi cade nel momento in cui le Borse crollano; e l'Italia all'indomani di una polemica di stampo religioso, quella relativa alla visita del Papa all'università La Sapienza, che, come giustamente è stato fatto notare anche su queste pagine, non ha coinvolto più che uno sparuto gruppo di dimostranti e docenti; ma che, tuttavia, ha permesso e giustificato la vistosa presa di posizione del cardinale e presidente della CEI Angelo Bagnasco, il quale all'improvviso si è accorto o ricordato di come il nostro Paese sia ormai allo sbando, e di come pertanto, implicitamente, serva la guida dello Stato Vaticano per riportarlo all'ordine. Mercato, Chiesa, malavita organizzata o chi altri comprerà la prossima legislatura, per farle eseguire gli ordini a servizio di Tizio e Caio, ma certamente non della repubblica democratica?