Arte

Giacomelli, attimi di vita vera

di Olivia Fincato

Io non ho mani che mi accarezzano il volto,

(duro è l'ufficio di queste parole

che non conoscono amori)

non so le dolcezze

dei vostri abbandoni:

ho dovuto essere custode della vostra

solitudine:

sono

salvatore

di ore perdute.

Io non ho mani, David Maria Turoldo

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Questa morte che ci accompagna

Dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

Quando su te sola ti pieghi

Nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

Verrà la morte, Cesare Pavese

 

Mercoledì sera, alla galleria dell'Istituto Italiano di Cultura di New York diretto da Renato Miracco, ci siamo avvicinati all'anima di chi ha segnato indelebilmente la storia della fotografia.

Mario Giacomelli è il fotografo che ha saputo scendere negli inferi della vita e trasformare le cicatrici dell'esistenza in forme trascendentali di bellezza.

In esposizione fino al 28 Febbraio 2008 sono i lavori che vanno dal 1950 al 1980.

E' una raccolta densa. Trentanni di un'Italia dura, terribilmente ruvida. Eppure bastano pochi attimi dinnanzi una delle sue foto per innamorasi. E' come se in un urlo sentissimo cantare. Nel freddo sentissimo calore.

Mario Giacomelli nasce a Senigallia nel 1925 muore nel 2000, lasciando alla nostra terra l'eredità di un artista senza eguali.

"Quando l'abbiamo perduto, possiamo dire di averlo ritrovato. La sua opera è finita la nostra appena cominciata" dice all'inaugurazione della mostra Marcello Mariani, assessore della provincia di Ancona.

Mario Giacomelli compra la sua prima macchina fotografica nel 1953, è la Vigilia di Natale e, per 800 lire, si regala una Comet Bencini. Da quel momento dedica la sua intera vita a rintracciare i segni che l'uomo lascia, come dice lui, "senza saperlo".

Per Giacomelli fotografare è come scrivere: il paesaggio è pieno di segni, simboli, ferite, cose nascoste. Un linguaggio che pochi sanno capire, lo si ama quando si comincia a seguirne le tracce, a fotografarlo. Il suo è un voler dar voce a questi segni, perché non rimangano macchie, ma risveglino la memoria dell'individuo.

"È sempre lo stesso mondo che mi interessa. Quel mondo che non siamo stati capaci di capire quando era il momento giusto e che forse capiremo quando è troppo tardi"

In Giacomelli c'è un palcoscenico bianco che ha bisogno di essere abitato.

I contrasti sono esasperati e nel bianco il nero testimonia una presenza, un simbolo, una forma di vissuto, emersa soltanto dal contatto con l'esistenza. E come se intorno alle forme ci fossero altre forme e le persone sono vuoti neri o materia luminosa attorno a cui scorre il traumatico fluire del tempo.

E nella camera oscura, come un demiurgo, Giacomelli vivifica la materia e la rende universale. Trasforma la tragedia in bellezza imprimendo la stampa di poesia.

Trasporta nella fotografia il passato da tipografo e l'essere poeta così che carattere e forma rinforzino, acuiscano il pensiero, non si limitino a descriverlo.

Ed è quello che accade in "Pretini" il nome originale del lavoro sul seminario di Senigallia. Tuniche nere giocano spensierate al candore della neve. Una fanciullezza ritrovata. Traspare nei sorrisi, nell'innocenza dei gesti, nel godersi l'inaspettato momento. Giacomelli li osserva dall'alto e deliberatamente li ritrae, provocando l'offesa dell'opinione pubblica del tempo. Un atteggiamento irriverente quello dei giovani preti, gravato da un senso di colpa per aver vissuto il dono della neve.

"Io non ho mani che accarezzano il volto" la poesia di David Maria Turoldo diviene allora fonte d'ispirazione per il fotografo nell'indagare la loro esclusione alle spontanee dolcezze della vita.

E altrettanto offensivo per la quiete pubblica è il lavoro Verrà la morte e avrà i tuoi occhi presentato alla Ffotogallery di Cardiff nel Regno Unito nel 1983,  dove la poesia di Pavese riassume i due anni di lavoro nella casa per anziani di Senigallia.

Una signora se ne va nauseata, il pubblico s'indigna, non è possibile che la nudità rugosa di un anziano o tratti di demenza senile vengano messi in scena in una galleria.

La critica risponde chiedendo se sia meglio mettere a tacere, ignorare, nascondere quello che non deve, non può essere visto. Appartiene alla vita, al suo tremendo scorrere, al prezzo che ingiustamente tutti pagheremo, dice Giacomelli.

In un ospizio si sente l'odore della morte, è lì a fianco, non la si può evitare. Giacomelli le da forma, negli occhi di chi è giunto alla fine del viaggio, nella profondità delle rughe, nella dissoluzione del sé. Sono le sue immagini più realistiche, le più semplici, confessa. E anche le più vere e vicine. Rappresentano non soltanto quello che stava vedendo ma soprattutto quello che lui temeva, la paura di invecchiare.

E per Giacomelli anche la natura è segnata dalle rughe, con i suoi martiri e con gli stessi calli di un uomo che lavora i campi. In Metamorfosi della terra venature indelebili ne mettono in scena il degrado e il deperimento al pari di un essere vivente. La sentiamo urlare costretta dalle delimitazioni. E ne cogliamo gli abusi del passato e di quello che verrà.

La terra è per Giacomelli pelle e anima di qualcosa che ci trascende, il giardino dove respiriamo, il teatro dove interpretiamo e viviamo i nostri ruoli.

L'intensità delle immagini si riflette nel drammatico contrasto tonale dove i neri incidono, a volte quasi chirurgicamente, i bianchi.

Giacomelli racconta la conoscenza del mondo attraverso la fotografia, la scopre, la interpreta, la rivela e ci rende partecipi di una mondo invisibile dove le vibrazioni sono un continuo fluire di attimi e dove le immagini sono spirito, materia, tempo, spazio, occasioni per lo sguardo.