Arte

Gli spazi esoterici di Della Porta

di Monica Mascia London*

Un mondo in cui l'arte fotografica non si risolve in pura rappresentazione dell'oggetto, ma diventa un percorso di ricerca filosofica in cui l'indagine dello spazio viene identificato non nell'oggetto di per sé, ma nella dimensione di vuoto che ne definisce e allo stesso tempo amplia i confini. E' parte di un percorso definito "esoterico-simbolico" che ha portato l'artista milanese di fama internazionale, Patrizia della Porta, a fare della sua arte un percorso prima di tutto di ricerca interiore, in cui la rappresentazione dello spazio architettonico si lega indissolubilmente ad una dimensione spirituale e ad una poetica dell'infinito. Su questo concetto è stata inaugurata giovedì scorso all'Istituto Italiano di Cultura di Los Angeles diretto da Francesca Valente, la mostra di Patrizia della Porta dedicata a 23 variazioni sul tema delle Torri Petronas di Kuala Lumpur, la capitale della Malesia.

La mostra si apre con una conferenza presso la galleria Spazio Italia in concomitanza con Photo L.A., appuntamento ormai storico che richiama ogni anno l'attenzione di collezionisti, curatori, fotografi e appassionati, e con l'apertura a San Francisco della Nile Tuzun Gallery of Italian Photography, prima galleria nell'Ovest americano interamente dedicata alla fotografia italiana contemporanea. L'esplorazione del tema delle torri gemelle Petronas, intese come icone del nuovo millennio, rappresenta un'ulteriore tappa della ricerca poetica di grandi architetti internazionali condotta nell'ottica dell'approfondimento del tema del vuoto, indagato nelle sue possibili declinazioni simboliche nelle forme dell'architettura contemporanea.

Disegnate dal famoso architetto argentino Cesar Pelli e inaugurate nel 1998, le torri d'altezza vertiginosa contano 452 metri. E' la stessa artista  a raccontarci: "Sono stata subito affascinata dal progetto delle torri Petronas che, all'epoca, erano le torri più alte del mondo, icone del nuovo millennio. In particolare, il link che mi ha collegato a Cesar Pelli è stato il fatto che ci siamo entrambi ispirati alla citazione del filosofo cinese Lao Tse che si collega al concetto del MU, il quale secondo un ideogramma cinese rimanda all'idea del "vuoto" che significa allo stesso tempo anche apertura. La mia ricerca verte proprio sul vuoto e sul nulla dello spazio architettonico".

 Le torri furono anche utilizzate come scenografia del film "Entrapment" (1998) dove i due protagonisti (interpretati dagli attori Sean Connery e Catherine Zeta-Jone) ripercorrono il ponte che collega le due torri in un tentativo di fuga. Il ponte assume, secondo la chiave di lettura dell'artista, connotati simbolici che corrispondono all'idea secondo cui "la cosa importante di un oggetto non è l'oggetto di per sé ma lo spazio che lo riempie, cioè il vuoto. E' infatti proprio da questo spazio che possiamo creare qualcosa ed è il vuoto che si rappresenta come potenziale del tutto. Cesar Pelli disegna questo ponte di raccordo sospeso nel vuoto e, se si guarda l'immagine delle torri presenti alla mostra, si può osservare come il ponte con le torri che le collega crea una grande porta, un portale che è anche un passaggio che ci porta verso il cielo, l'infinito, quindi il vuoto".

Le 23 fotografie presenti alla mostra sono variazioni della stessa immagine, la messa a fuoco del dettaglio, che sta a simboleggiare anche un'astrazione, la perdita dei connotati tridimensionali dell'edificio. Patrizia della Porta sostiene che "attraverso il dettaglio cerca di entrare sempre di più nell'edificio per catturarne l'anima, perché attraverso questo processo di astrazione apparentemente perdiamo la visione dell'edificio, ma poi invece ne entriamo in profondità".

La cosa che rende queste immagini eccezionali è anche il fatto che sono scattate con una macchina automatica e quindi hanno effetti completamente naturali. L'artista si considera in questo senso "un'artigiana rinascimentale" che unisce l'uso della tecnica fotografica tradizionale ad una passione per il contemporaneo. Il rifiuto della macchina digitale così come dell'uso del cavalletto e di altri supporti tecnici del fotografo moderno rendono il lavoro dell'artista un'esperienza ancora più strettamente esoterico-spirituale. Infatti, l'artista considera la macchina fotografica non come un oggetto esterno, ma come un prolungamento di sé, della propria mente, ciò che le permette di entrare nel nucleo profondo delle cose e comprenderne il significato più profondo. Questo progetto è tappa di un percorso di ricerca interiore e spirituale di lunga data che ha visto l'artista impegnata in diversi lavori nel passato, tra Milano e New York.

Figlia di un celebre fotografo di moda, Patrizia della Porta si avvicina alla fotografia che era ancora una bambina e all'età di 14 anni vince il primo premio fotografico indotto dall'UNESCO "the Parthenon Prize Photo of the World Family". E' sempre l'artista a raccontarci: "Respirai il mondo della fotografia sin da piccolissima, mio padre mi regalò una macchina professionale quando avevo 6 anni, spiegandomi solo la profondità di campo e la messa a fuoco. I miei primi scatti sono stati sullo still life di oggetti che trovavo nello studio dei miei genitori.  A quattordici anni ho vinto il mio primo concorso con una serie di ritratti in bianco e nero agli anziani di Rivolta d'Adda".

Dallo still life e dalla fotografia fashion l'artista milanese intraprende i suoi studi all'Accademia di Brera ed approda alla fotografia d'architettura, specializzandosi nell'architettura contemporanea. Vive tra Milano e New York ed è in America che la sua fotografa acquista fama internazionale.

Nel 1996 il Whitney Museum di New York, museo d'arte americana e quindi strettamente dedicato ad artisti americani, sceglie in via quasi eccezionale 6 immagini dell'artista italiana - rappresentanti lo stesso edificio e le variazioni a tema - per  inaugurare il trentesimo anniversario della propria nascita. Immagine che poi diventa l'immagine-icona del museo di vari oggetti nel settore dell'art-merchandising. Un posto d'eccellenza che l'artista consacra alla National Gallery of Art in Washington guadagnandosi uno spazio tutto personale nella collezione permanente della galleria che ha acquistato le immagini raffiguranti l'ala est  dell'edificio.

 E' così che l'artista considera la sua opera: "La mia non è foto di documentazione, che consideravo troppo restrittiva e non esauriva il mio fare creativo. Ho tenuto la passione per l'architettura approdando però ad una lettura in chiave "esoterica-simbolica" dello spazio architettonico". Lo studio dei musei porta alla nascita di un progetto di più ampio respiro, inaugurato in una mostra alla Pinacoteca di Milano nel 2003 e da cui è stato pubblicato anche un libro dal titolo "Mu-seum: 4 musei 4 elementi" dalla casa editrice Charta. Si tratta dello studio di quattro musei tra i più importanti del mondo a cui, secondo l'artista, corrispondono i 4 elementi dell'universo e le 3 forme primarie: il Guggenheim di New York (cerchio; aria); il Whitney Museum di New York (quadrato, terra); l'ala est dell'edificio della National Gallery di Washington (triangolo; fuoco) e il Guggenheim Museum di Bilbao (l'acqua). I 4 elementi vengono interpretati in chiave simbolica come elementi primari di rappresentazione dello spazio architettonico contemporaneo. Così come le torre Petronas gli edifici dei 4 musei vengono considerati sotto la stessa chiave di lettura: spazi aperti, strutture geometriche di luce vibrante tese all'infinito, da penetrare nella loro essenza spirituale e non nel loro spazio finito. E' proprio l'intensità di luce e la maestosità del linguaggio geometrico che affascina l'osservatore e lo induce a seguire il percorso fotografico della messa a fuoco in profondità, addentrandosi e abbandonandosi nella scrupolosa ricerca del dettaglio che da particolare diventa il tutto.

                                    * Progetto Eusic