SPECIALE/REPORTAGE/ O mia Calabria, sì bella e perduta

di Domenico Naso

 

Le distese di alberi di ulivo sono lì da sempre, testimoni di una storia travagliata. Hanno visto briganti, possidenti, contadini, criminali e poliziotti; hanno assistito a inseguimenti, agguati, incontri clandestini, patti e regolamenti di conti. Sono gli ulivi calabresi, simbolo operoso di una terra difficile, impervia come le montagne dell'Aspromonte, arida come la piana di Sibari, spigolosa come gli scogli a strapiombo sul mare della Costa Viola. La punta d'Italia conserva ancora una bellezza senza tempo, selvaggia e ammaliatrice: Scilla e Chianalea, Tropea e Serra San Bruno, l'altopiano della Sila e Gerace.  Eppure tutte le bellezze di questa terra sospesa nel tempo e nella spazio non riescono a soverchiare, e come potrebbero?, l'eco dei malanni secolari, prima fra tutti l'asfissiante mano della ‘ndrangheta che soffoca ciò che di buono è rimasto, e a fatica tenta di sopravvivere.

Il simbolo della Calabria del XXI secolo è quell'enorme ziggurat dei nostri tempi che è il porto di Gioia Tauro. Le immense gru si stagliano sul mar Tirreno come moderni gargoyle che proteggono l'ennesimo tentativo di progresso, di miglioramento sociale ed economico. Un tentativo solo parzialmente riuscito, se è vero come è vero che la ‘ndrangheta ha affondato i suoi artigli nelle migliaia di containers che ogni giorno sbarcano sulle banchine del porto. "Abbiamo il passato, il presente e il futuro", questa la frase preferita dei boss della zona, ripetuta come un mantra a politici, imprenditori, poveri cristi, costretti a piegarsi al loro volere. E non hanno torto, perché il passato, il presente e il futuro del porto di Gioia Tauro sembrano essere saldamente nelle loro mani. Basti pensare che per ogni container che viene scaricato loro hanno "diritto" ad una cifra prestabilita; basti pensare che dentro quegli stessi container viaggiano molto spesso armi e droga che successivamente si preoccuperanno di smerciare in Italia e in Europa; basti pensare che tutto, all'interno dell'area portuale, si muove solo ed esclusivamente con il loro consenso. E allora ecco materializzarsi l'ennesima occasione perduta per la Calabria, l'ennesima cattedrale nel deserto al servizio non della gente e del progresso ma della criminalità e del malaffare. Se consideriamo l'attività del porto di Gioia Tauro dimenticando per un attimo le infiltrazioni mafiose, ci accorgiamo facilmente che le potenzialità sono enormi. Nonostante tutte le difficoltà, lo scalo transhipment è stato per molti anni il primo del Mediterraneo, sorpassato solo nel 2005 dal porto di Algeciras (Spagna), a riprova del fatto che se sfruttato onestamente e con competenza, Gioia Tauro potrebbe davvero diventare la gallina dalle uova d'oro di una regione intera. E come se non bastasse, oggi gli abitanti di Gioia Tauro si trovano ad affrontare un nuovo dilemma: supportare o contrastare la prevista costruzione di un termovalorizzatore? Il 22 dicembre 2007 migliaia di persone hanno manifestato per le strade della città contro il nuovo impianto di termovalorizzazione. Preoccupazioni ambientali? No, o almeno non solo. La gente teme soprattutto che la ‘ndrangheta possa trovare nell'impianto un nuovo strumento di malaffare e riciclaggio di denaro, di intrecci politici e rinnovate fonti di guadagno illecito. La protesta era guidata dai giovani: un piccolo segnale positivo in un quadro dalle tinte fosche.

Ma proprio i giovani rappresentano la scommessa mancata di questa terra. Dove sono i ragazzi onesti, le intelligenze, i cervelli? Alcuni sono rimasti e tentano di sopportare la situazione. Ma altri, troppi, sono andati via. Le città italiane sono piene di giovani medici, avvocati, giornalisti e professionisti calabresi, simbolo di una diaspora tragica e senza fine. Un'emorragia che fa male alla Calabria e che tarpa le ali alle poche speranze rimaste. Ma qualcuno può biasimarli? Forse no, perché l'aria qui è davvero irrespirabile. Uno dei pochi rimasti ce lo dice quasi sottovoce: "Il lavoro non c'è. E se lavori devi sottostare alle loro regole. Vuoi aprire un'attività commerciale? Devi pagare il pizzo. E poi devi stare attento alle ragazze che corteggi, a salutare il picciotto che passa per la strada. Ed è peggio ancora se vuoi fare politica. Io ci avevo provato ma poi ho visto come funziona e ho fatto un passo indietro. Tutti ci dicono che dobbiamo restare qui per battere la ‘ndrangheta. Ma da soli non ce la facciamo. Se da Roma non ci aiutano non possiamo fare assolutamente nulla".

Qualche giovane che ha provato a scuotere le coscienze in effetti c'è ancora. Ci spostiamo sul versante jonico della provincia di Reggio Calabria, la famigerata Locride. Una zona stupenda tra mare cristallino e natura incontaminata, resti gloriosi della Magna Grecia e borghi medievali. Locri è il centro nevralgico del comprensorio, una città grande e popolosa, dalle mille potenzialità quasi sempre inespresse. Da decenni Locri è nota all'opinione pubblica nazionale come capitale della ‘ndrangheta calabrese, a pochi chilometri da San Luca e Platì, dal Santuario delle cosche di Polsi. Ma poco più di due anni fa la ‘ndrangheta ha voluto esagerare, uccidendo in pieno centro un politico noto. Francesco Fortugno, 54 anni, era vicepresidente della Regione e quella sera del 16 ottobre 2005 era a Palazzo Nieddu per seguire le primarie dell'Unione che avrebbero designato Romano Prodi come candidato premier nelle elezioni dell'aprile 2006. Nell'androne dello storico palazzo locrese i killer si avvicinano e lo uccidono a bruciapelo. Un fatto inquietante, gravissimo, segno che il livello dello scontro tra ‘ndrangheta e Stato è ormai arrivato a livelli preoccupanti. Da Roma cominciano a giungere le condoglianze alla famiglia, le dichiarazioni indignate e solidali con la Calabria intera. Ma i calabresi sono abituati alle condoglianze, non ci fanno più caso. Con l'omicidio di Fortugno hanno definitivamente capito che devono cavarsela da soli. Ed è in occasione della manifestazione in ricordo di Fortugno che nasce una speranza: sono i cosidetti "ragazzi di Locri", fieri e senza paura, con in mano uno striscione eloquente, straziante e quasi disperato: "E adesso ammazzateci tutti".

E' questa la Calabria del XXI secolo? Solo ‘ndrangheta e malaffare? Rispondere affermativamente vorrebbe dire mancare di rispetto a migliaia di calabresi onesti che con la criminalità non hanno niente a che fare. Tuttavia la situazione è critica, bisogna avere il coraggio intellettuale di ammetterlo. Ma c'è un oasi di legalità che mostra il volto della Calabria che non si arrende: è la cooperativa "Valle del Marro"  a Gioia Tauro, creata da Libera, l'associazione di don Luigi Ciotti.

Nata il 25 marzo 1995 con l'intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia, attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1300 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità. La legge sull'uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l'educazione alla legalità democratica, l'impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti sul lavoro e lo sviluppo, le attività antiusura, sono alcuni dei concreti impegni di Libera. E in terra calabra don Ciotti ha proprio usato terreni confiscati alla ‘ndrangheta per creare lavoro e legalità. Le cooperative di giovani hanno prodotto olio, pasta, conserve alimentari e altri prodotti biologici sui terreni conquistati con il sangue e il sopruso. In tal modo, Libera ha dimostrato ai calabresi due cose importantissime: che si può passare dal crimine alla legalità e che solo attraverso di essa si creano sviluppo e progresso economico. La cooperativa "Valle del Marro" ha subito attentati e intimidazioni mafiose, ma i ragazzi che la gestiscono sono ancora lì, imperterriti, a continuare il loro lavoro. Quasi vogliano far vedere ai calabresi che resistere all'illegalità si può e si deve.

Ma da poco tempo in Calabria c'è un baluardo in meno contro la ‘ndrangheta. Monsignor Giancarlo Bregantini, infatti, non è più il vescovo di Locri. Il prelato antimafia per eccellenza ha rappresentato per anni uno stimolo per la gente. Con le omelie infuocate, l'impegno pratico, gli accorati appelli ai politici, Bregantini ha indicato la via da seguire. Ora che il Vaticano ha deciso di "promuoverlo" e trasferirlo, tocca alla gente della Locride continuare la sua coraggiosa opera.

Intanto i calabresi, però, continuano a pagare il pizzo, a piegarsi alla mafia, ad avere paura. Da Roma i segnali che arrivano non sono del tutto confortanti. Ed effettivamente poco è stato fatto, soprattutto se paragoniamo la lotta alla ‘ndrangheta calabrese con quella alla mafia siciliana. Mentre Cosa nostra sembra essere leggermente in crisi, la malavita calabrese è da anni in incredibile ascesa, tanto che la commissione parlamentare Antimafia ha decretato recentemente il sorpasso, impensabile fino a qualche tempo fa. La ‘ndrangheta è oggi la più grande organizzazione criminale d'Italia e una delle più grandi al mondo. I rapporti con le mafie internazionali sono sempre più fitti, soprattutto con le multinazionali del traffico di stupefacenti. E il controllo del porto di Gioia Tauro ha influito moltissimo nella creazione di questi legami su scala mondiale. Gli ‘ndranghetisti sono nati pastori e contadini e oggi si trovano ad essere grandi trafficanti di armi e droga o peggio (perché è il segno di un sistema inquinato) amministratori di grandi aziende. Anche la criminalità calabrese si è fatta furba e sembra aver seguito il progetto che Bernardo Provenzano aveva messo a punto per Cosa nostra: diventare invisibili. Poche faide, archiviata la stagione dei sequestri, oggi è il momento dell'infiltrazione negli apparati che contano. Politica, finanza, grande industria. Ma la mentalità, quella rimane rurale, rozza e feroce. I calabresi lo sanno e hanno paura. Perché un doppiopetto non cambia la natura sanguinaria di un'organizzazione criminale che sta uccidendo una delle regioni più belle d'Italia.