A modo mio

Poli caldi

di Luigi Troiani

Il  riscaldamento climatico e lo scioglimento di masse glaciali nelle calotte artica e antartica, mentre preoccupano l'opinione pubblica mondiale che si chiede che genere di pianeta avremo tra qualche decennio, stimolano governi e multinazionali ad immaginare nuove occasioni di potere e guadagno. Cominciò Putin un annetto fa affermando che lo scongelamento dei mari del nord dava finalmente, alla flotta con le insegne di san Giorgio, libertà di movimento ed esercizio di sovranità in un'area di interesse strategico da sempre preda del ghiaccio invernale. A seguire, la Russia si attrezzò per l'estrazione di petrolio e gas sotto la banchisa dell'Oceano Artico in disfacimento, piantando trivelle in punti strategici del confinante oceano Artico.

   Canada e Stati Uniti non rimasero a guardare, generando una successione di rivendicazioni che non fecero onore agli accordi internazionali sulle piattaforme continentali, in ciò accompagnati da alcuni paesi europei nordici, come Danimarca (Groenlandia) e Norvegia. Scrisse all'epoca (2 agosto 2007) il Sole 24 ore, autorevole quotidiano economico italiano: "A nulla sono valsi gli accordi internazionali per bloccare nella regione artica le mire espansionistiche degli Stati che invece in Antartide hanno raggiunto l'obiettivo". Nulla di meno vero. Notizia di qualche settimana fa, il Regno Unito in barba all'accordo internazionale del 1959 che proibisce l'estrazione di risorse dai mari intorno all'Antartide a garanzia delle attività scientifiche e di ricerca, ha "prenotato" a proprio uso un'area dello zoccolo continentale pari a un milione di chilometri quadrati, apparentemente ricchi di petrolio e gas. Londra se la vedrà con la Commissione delle Nazioni Unite sui Limiti della piattaforma continentale. Intanto aggiunge un nuovo caso di violazione di ogni logica di miglioramento degli equilibri ambientali, e di rispetto delle norme sul controllo delle acque territoriali al di là del limite stabilito di sfruttamento per 200 miglia nautiche (320 km) dalle coste.

   Tutto nasce, ovviamente, dal deficit di energia che lo sviluppo dei Bric (Brasile Russia India Cina) sta provocando in quest'inizio di secolo. Invece di convenire su limiti ai consumi di imprese e famiglie, si sceglie di saccheggiare ulteriormente le risorse del pianeta. Con il rischio di poco piacevoli e possibili conseguenze. Si potranno facilitare nuovi teatri di conflitto, come dimostrato dal caso apertosi tra Danimarca Russia e Canada per la dorsale Lomonosov, e da quello sulle pretese "artiche" di Washington, con il Canada spinto a dotarsi di nuove basi militari navali e territoriali nell'estremo nord, un investimento di una sessantina di milioni di dollari statunitensi, più sette miliardi per la flotta di nove navi artiche. Si potranno offrire a paesi con regimi politici poco o punto democratici, come Cina e Russia, opportunità di espansione territoriale, con conseguenze sulla sicurezza internazionale e sulle rispettive evoluzioni interne. Si spingerà all'arretramento il diritto dei mari, esercizio politico-giuridico di secoli, garantito solo dal suo stretto rispetto.

   In cambio si potrà avere qualche decennio in più di tregua sulla garanzia di disponibilità di energia tradizionale. Il che, paradossalmente, potrebbe costituire un'ulteriore conseguenza negativa, perché contribuirebbe a ritardare le decisioni sulla sostenibilità del nostro modello di sviluppo. Una citazione finale tra lo sconfortato e l'umoristico: l'attuale puntata nel rapporto tra stati e oceani polari avviene nel pieno dell'"Anno internazionale polare" (marzo 2007-2009) che l'Onu aveva lanciato per favorire la collaborazione internazionale scientifica in quelle regioni.