Il rimpatriato

Benedetto, Clemente e George

di Franco Pantarelli

 

C'è qualche nesso fra i due putiferi italiani della settimana - la mancata partecipazione di Benedetto XVI all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Roma e le dimissioni dello sdegnato Clemente Mastella - e George W. Bush? Come uno immerso per vent'anni nella realtà americana e ora reimmerso in quella italiana, mi pare proprio di sì. Se non altro per il fatto che durante gli anni americani ero così sconvolto dalla "operazione cristiano rinato" lanciata da W. per perdonarsi e farsi perdonare dagli elettori i suoi eccessi con l'alcol e la droga che mi ero dimenticato di quanto la pelosa commistione religione-politica fosse forte in Italia. Ora che sono qui, invece, perfino quell'espediente un po' triste di Bush sembra enormemente rimpicciolito di fronte a ciò di cui sono capaci i cosiddetti cattolici italiani.

La storia del papa "censurato" l'avrete sicuramente letta. Renato Guarini, il rettore dell'Università di Roma, si scontra con alcuni membri del Senato accademico. No, non per via dell'indagine aperta sul medesimo Guarini per la sospetta rapidità della carriera universitaria compiuta dal marito di sua figlia, ma per un problema decisamente più "alto": il fatto che il rettore abbia invitato il papa a "officiare" l'apertura dell'anno accademico. L'argomento dei professori dissidenti (pochi, in verità) è che risulta "incongruo" che proprio il momento più simbolico in cui si proclama l'importanza della scienza - quella cosa il cui cammino, come diceva Albert Einstein, "consiste nella verifica dell'ipotesi che di volta in volta appare la più probabile", in pratica un inno alla relatività della conoscenza - venga per così dire gestito proprio da chi rappresenta una "verità rivelata". L'argomento vale per "qualunque" papa, ma inevitabilmente acquista un valore maggiore nel caso di "questo" pontefice, che ama tuonare continuamente proprio contro il relativismo e perfino l'illuminismo, cioè il movimento culturale da cui è scaturita la visione della società moderna, con il suo architrave che è la tolleranza e il rispetto di chi la pensa diversamente.

Alcuni studenti (proporzionalmente ancora meno dei professori) si associano al dissenso e promettono alcune azioni di protesta consistenti in qualche cartello e qualche disegno satirico, approvati perfino dallo stesso rettore Guarini, che nel frattempo deve essersi accorto che la sua è stata una specie di gaffe e si affretta a spiegare che quello del papa non sarà "il" discorso inaugurale ma "il contributo di un ospite".

Basta questo però a far decidere al papa di cancellare la sua partecipazione, un po' come Bush che fa accuratamente selezionare le sue "audiences" per non avere dissidenti fra i piedi. Siccome Benedetto XVI i dissidenti (pochi, va ripetuto) non li può eliminare, preferisce starsene nel suo regno dorato.

Come successore di Pietro, che fu crocifisso, non ci fa una gran figura. Ma non è questo il punto cui sono interessati i giornali italiani, ossessionati come sono da una cosa sola: la sopravvivenza o la caduta del governo di Romano Prodi. Quelli di Berlusconi vedono un'ulteriore, ghiotta possibilità di attaccarlo, si mettono l'elmetto di Riccardo Cuor di Leone e partono per Gerusalemme. Quelli che sostengono Prodi si arruolano a loro volta per tranquillizare i parlamentari devoti dal cui voto il governo dipende. E quanto alle tv, abituate a parlare sempre e comunque del papa, sono così felici di avere per una volta una "notizia" che dedicano all'avvenimento spropositati notiziari, intensi "aprofondimenti", dibattiti a non finire, tanto che a un certo punto l'impressione è che Benedetto XVI, invece che nel regno dorato di cui sopra, si trovi ormai nelle catacombe.

Ridicolo? Sicuramente, ma ancora più ridicolo è stato il protagonista del terzo nesso da cui eravamo partiti: il buon Clemente Mastella. L'inchiesta che lo riguarda mostra che nel "suo" territorio un oncologo o un ginecologo per dirigere una struttura sanitaria pubblica non devono essere bravi, è sufficiente che siano cugini suoi, o di sua moglie, o del suo consuocero, o almeno membri del suo partito. Ma lui sostiene che i giudici "ce l'hanno con me perché rappresento i valori cattolici". Se Benedetto XVI non fosse uno che fugge, lo avrebbe già scomunicato.