Cinema

Il film che non doveva nascere

di Filippo Brunamonti

Con poco, "4 mesi 3 settimane 2 giorni", del romeno Cristian Mungiu, Palma  d'oro a Cannes, rievoca il lungo disagio di una dittatura che entrava in ogni casa. Tema portante: l'aborto: cerata, gambe aperte, sonda e smaltimento del feto tutto in una cruda, visivamente splendida scena.Commento di Avvenire (quotidiano fortemente voluto da Papa Paolo VI): "Questa opera prima rivela con immediatezza non solo una denuncia di un mondo fondato sullo squallore di un arido positivismo, ma ritrae una società nella quale il nichilismo dei principi diventa arma contro la  speranza e la fiducia. L'aborto che è già un parto, il feto che è già un bambino, la mancata coscienza di quanto commesso da parte della ragazza, l'infelicità che dilaga negli occhi dell'amica via via più consapevole sono dichiarazioni e messaggi: nei quali l'etica non fa mai riferimento a principi religiosi, ma si muove come guidata da una provvidenza segreta, in cui la coscienza si risveglia a riflessioni nuove".
Anno nuovo, caso nuovo. Il direttore del Foglio, Giuliano Ferrara, propone una moratoria internazionale sugli aborti. "Per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti  comminati a esseri umani viventi, concepiti nell'amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna, che con la donna in carne e ossa e con la sua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell'asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru486".
Segue replica di Walter Veltroni, segretario nazionale del Partito Democratico: "La legge 194 che regola le interruzioni di gravidanza è una conquista di civiltà che deve essere difesa, ma non mi spaventa una discussione di merito, che tenga a rafforzare gli aspetti di prevenzione, perché l‘aborto non è un diritto assoluto, ma è sempre un dramma da contrastare e da prevenire". Ferrara si dice soddisfatto: "Un dialogo così impostato parte bene e può essere condotto senza strumentalismi politicanti e senza secondi fini di qualsiasi genere, al solo scopo di capire meglio che cosa ci sia da fare tre decenni dopo il varo in tutto il mondo delle legislazioni che decisero di tutelare tragicamente la maternità e la salute delle donne minacciate dalle pratiche dell'aborto clandestino".
Caso nuovo, si diceva. Ma gli italiani d'America dovrebbero comunque sentirsi coinvolti. Dato che, secondo Alan Patarga, che scrive sul Foglio di Ferrara, proprio in America c'è un film che sta facendo più di qualunque moratoria.
Si tratta di "Bella" di Alejandro Monteverde, vincitore del People's Choice Award al Toronto Film Festival 2006. Per un anno, il film è stato un "Totò cerca casa", dove al posto della casa, c'era la distribuzione. O meglio, non c'era. Per questo, Eduardo Verastegui, il giovane attore messicano, co-protagonista del film, ha deciso di fondare una piccola casa di produzione (la Metanoia) per promuovere quel progetto ingiustamente boicottato. La storia di una giovane single incinta che rinuncia all'aborto, infatti, ha trovato solo porte sprangate in quella fabbrica di sogni (e incubi) chiamata Hollywood. "Bella" non era abbastanza metaforico, o americano. Così, oltreoceano, è stato proiettato in poco più di cento cinema d'essai fiduciosi in una rapida archiviazione. Sorpresa: dalla fine di ottobre, negli Stati Uniti, dopo due settimane, le sale che lo  proiettavano erano più di 460 "perché, a decine, i gruppi antiabortisti avevano attivato un passaparola tale da obbligare gli esercenti ad affittare loro gli spazi per visioni private" (dal Foglio di lunedì 7 gennaio).
Il critico Stephen Holden (The New York Times) non ha apprezzato il film di Monteverde, ma gli incassi vanno tutti verso un'altra direzione: oltre cinque milioni di dollari in quattro settimane. E sul portale Yahoo.com, sezione cinema, la pellicola è schizzata ai primi posti in classifica, grazie al voto del pubblico americano.
Il regista, intervistato dall'American Family Association Journal, si è detto sorpreso del successo e fiero di aver, direttamente o indirettamente, convinto alcune donne a far nascere i figli che portavano in grembo.
Ora, una bambina che non doveva nascere, è stata chiamata "Bella": lo ha deciso la madre, plasmata dal film. Presto, tra un "Paranoid Park" o un "Caramel", lo vedremo anche all'Angelika Film Center di New York. Ma della pellicola, in Italia, non c'è traccia. Provate a cercarlo nelle pagine italiane di Google.