Personaggi

Viaggio negli affetti di un'artista

di Olivia Fincato

"Ora sento la musica, chiudo gli occhi, sento il ritmo che mi avvolge, fa presa nel mio cuore"
"Well I hear the music, close my eyes, feel the rhythm wrap around, take a hold of my heart."
Questo è il titolo del video dell'artista Moira Ricci in visione fino al 19 gennaio 2008 presso Location One's Project Space  (26 Green Street, NY). Location One è un'organizzazione no profit che ospita artisti da tutto il mondo dando loro la possibilità di sperimentazione e scambio nell'ambito dell'arte visuale e digitale e fornendo loro gli strumenti e gli spazi necessari per creare nuovi lavori e nuove forme d'espressione (www.location1.org).
What a feeling, la canzone che tutti noi, figli dell'indimenticabile Flash Dance, abbiamo cantato e ballato almeno una volta, risuona no stop mercoledì sera nella sala Project Space di Location One.
Moira Ricci ne segue il ritmo e mette in scena una parte della sua vita, gli anni trascorsi alla scuola di danza del piccolo paese di provenienza.
"What a feeling, bein's believing...'" scandice le immagini dell'artista. Nel video Moira balla, pronta a dare il meglio, concentrata mentre suda per far felice il suo pubblico, ma soprattutto per far felice sua madre.
Con questo video rivivo il desiderio di mia madre di vedere sua figlia realizzare il sogno che per lei é stato impossibile, diventare una ballerina. Mi ha trasmesso la sensibilitá al ritmo e l'energia che mi viene quando sento la musica.
Molto del lavoro è infatti costruito con le riprese fatte dalla madre durante i saggi di danza della figlia. La madre di Moira, scomparsa improvvisamente nel 2004, desiderava per la figlia una carriera di ballerina. Nel video sono i suoi occhi, pieni d'amore e orgoglio, che seguono e riprendono i passi di Moira.
Il video è un piccolo pezzo di storia della mia vita. Rappresenta il mondo da cui provengo e nasce dall'aspirazione di mia madre di vedermi diventare una ballerina professionista.
La canzone "Take your passion, and make it happen..." continua tra la moltitudine di giovani presenti a Location One e alterna emozioni a frammenti di passato.
Con "Ora sento la musica, chiudo gli occhi, sento il ritmo che mi avvolge, fa presa nel cuore" Moira Ricci fa di uno dei pezzi più ascoltati e diffusi degli anni ‘80 lo sfondo per un ricordo intimo: L'amore e l'orgoglio di una madre che non c'è più.
Ho scelto "What a Feeling" perché quando ero piccola e avevo la passione per la danza, la protagonista del film era diventata la mia eroina. Lei era diventata ballerina professionista io no, ma io ballo, comunque. Ho abbandonato la danza quando avevo 18 anni perché mi sono trovata davanti alla scelta di fare l'accademia di danza a Roma o la scuola di fotografia a Milano. Anche se delusa mia madre mi ha sempre appoggiato nelle scelte e mi sono pentita solo piú tardi e troppo tardi di non aver continuato per diventare professionista. Ora voglio parlare attraverso l'arte proprio di questa mia passione e riuscire a mischiare le due cose per poter dire a mia madre che riesco a fare tutte e due.
Il lavoro di Moira Ricci tocca il cuore. Lo tocca perché parla diretto, con semplicità. E' un invito a casa, dentro i suoi affetti, teatro naturale della sua la vita.
Tutti i miei lavori parlano di me e delle mie storie. Il mio bisogno di raccontare non si limita a persone che hanno a che fare con l'arte, ma piuttosto s'indirizza alla mia famiglia, ai miei parenti e soprattutto a mia mamma. Non ho neanche un lavoro in cui non ci sia traccia di mia madre: sono tutti rivolti a lei. È per questo che narro in modo semplice e chiaro, per fare capire anche a loro.
Grazie al video e la fotografia Moira mette in gioco la propria emotività, si rivela, senza difese, realizzando lavori con materiali che appartengono il più delle volte alla sua famiglia.
Ne protegge la bellezza, mantenendoli intatti e spontanei, ma li riorganizza aggiungendovi ulteriori livelli di lettura.
Il legame viscerale con il nucleo nativo e la terra d'origine ripercorre tutta la sua opera e, alternando fasi evolutive, trasforma il  racconto di sé in terreno fertile dove riflettere sugli affetti e i suoi luoghi che, nel bene e nel male, formano l'identità di ognuno di noi.
Provengo dalla Maremma, un territorio che è stato fino a (più o meno) dieci anni fa selvaggio, dove a scuola eravamo tutti figli di contadini e dove il primo vicino di casa stava - e sta ancora - a settecento metri di distanza. Un posto dove ho vissuto un' infanzia bellissima, circondata da molte persone, parenti e amici di famiglia. Le attenzioni su di me erano tante e ovviamente quando mi sono trasferita a Milano mi sentivo male a essere "nessuno".
Moira nasce a Orbetello in provincia di Grosseto nel 1977. Lascia casa e si trasferisce a Milano a ventunanni per frequentare il corso biennale di fotografia post-diploma presso C.F.P. R.Bauer e poi continuare i suoi studi all'Accademia delle Belle Arti di Brera, dove si laurea nel 2004 in Comunicazione Visiva  e Multimediale¬¬.
Custodia Domestica (2003), ad esempio, l'ho fatta per comprendere come mi sentivo a Milano, quando non capivo, quando tutto era troppo gigante e diverso rispetto a dove ero nata e cresciuta. Il lavoro è una performance che ho fatto in giro per la città portando sulla testa la mia casa in miniatura: quattro pareti con altrettante finestre sopra cui stavano delle micro telecamere, collegate da un quad. Il lavoro finale è un video dove si vedono persone che, come giganti invadenti, si affacciano nella mia casa straniti.
E il tema della casa-rifugio, ma anche palcoscenico dove mettere in scena se stessi e definire la propria identità in relazione agli altri lo troviamo anche nel video Loc. Collecchio, 26, dove l'artista ricostruisce gli ambienti della casa di famiglia, componenendo quattro quadri animati ognuno in relazione ad uno spazio specifico (cucina, bagno, camera da letto, salotto).
In ogni quadro compare la sua immagine ad età diverse mentre, nel sottofondo, si ascolta una voce di una bambina che dice qualcosa ripetendolo più volte.
"Loc.Collecchio, 26" è a un'esperienza che chiude un'epoca della mia esistenza e ne apre un'altra: la ristrutturazione completa della mia casa natale, con tutto ciò che di stimolante una simile operazione comporta, ma anche con l'inevitabile, dolorosa perdita di riferimenti, ricordi, consuetudini. Ho dunque fotografato i mobili che ho sempre visto all'interno di quelle stanze, li ho isolati, ritagliati e posizionati all'interno del quadro, e così ho fatto con tutte le fotografie che, nel corso degli anni, mia madre mi aveva scattato. Il risultato sono delle immagini d'interni popolate da una moltitudine di me stesse coesistenti nelle diverse età comprese tra l'infanzia e i 18 anni.  Questo lavoro è stato concepito come una sorta di saluto a quella casa che non avrei più rivisto e, forse, anche alle tante Moira che l'avevano abitata negli anni.
Ciò che accomuna, che caratterizza i lavori di Moira, è l'interesse a rendere esperienze personali e ricordi intimi universali, percepibili come propri anche da altri. Nella sua poetica è il piano emotivo/affettivo che ne determina il valore e la "bella immagine" non è tale perché risponde ad un canone estetico, ma lo diventa quando riesce a trasmettere la densità di ciò a cui rimanda.
Nell'opera 20.12.53 - 10.08.04 l'artista s'immerge nell'abisso emotivo del momento dopo la scomparsa improvvisa della madre. E lo fa con le immagini, solo calandosi letteralmente tra di loro, ritrova un contatto con la madre.
Con 20.12.53-10.08.04 ho avuto il bisogno, più che di raccontare una storia, di entrare in una storia, quella di mia mamma, morta da poco tempo. Volevo recuperare il tempo perso passato lontano da lei: così mi sono creata una nuova realtà, sono entrata nelle sue vecchie fotografie, immaginando di esserle lì accanto.
Il titolo indica le date della sua nascita e della sua improvvisa scomparsa. Ho raccolto tutte le foto di mia madre, dalla prima infanzia all'ultimo anno di vita, e successivamente ho inserito nelle immagini stesse la mia figura accanto alla sua, come se vivessi realmente con lei in quel tempo, il suo tempo.
Così la fotografia è divenuta il luogo nel quale ci possiamo ancora incontrare, anche se illusoriamente: mi trasformo in immagine per guardarla, esserle vicina, vestita e pettinata più o meno come andava di moda nel periodo in cui è stata scattata quella vecchia fotografia, con la semplicità e la modestia con cui si vestiva lei. Le rivolgo lo sguardo nell'attesa, nella speranza che lei si accorga di me. Nella realtà, purtroppo, ciò non può più accadere.
Ecco quindi la scelta di trasformarmi a mia volta in immagine, per poterle rimanere accanto, per sempre.
Nel video "Ora sento la musica, chiudo gli occhi, sento il ritmo che mi avvolge, fa presa nel cuore" il dialogo con lei é diverso, mentre in 20.12.53-10.08.04 voglio seguirla e starle accanto nelle sue fotografie senza chiederle il permesso, qui io ho accettato di stare dove sono e le riconosco quello che ha fatto per me.