A modo mio

Diffidare delle imitazioni

di Luigi Troiani

Imitare se non copiare quanto fanno gli italiani è vezzo antico quanto la civiltà occidentale. Lo spoglio dei prodotti dell'arte, dell'artigianato e dell'industria del Belpaese, inizia con le orde barbariche che scendono da Oltralpe e restano abbacinate dal lusso e dallo scintillio del morente impero. Prosegue sino a Napoleone di cui si è detto che "se non tutti i Francesi sono ladri, Bonaparte lo è".
Ai tempi nostri, interdetta dal diritto internazionale e dallo spirito dei tempi la ruberia greve dell'invasore, si attua la pirateria dell'opera dell'ingegno o della tradizione, la clonazione commerciale di beni e prodotti generati dalla nostra storia e dalla nostra cultura. Inutile nascondersi che, nonostante la grande crisi italiana degli ultimi trent'anni, per molte tipologie di prodotto il concetto d'italianità è percepito tuttora come garanzia di qualità, genuinità, affidabilità, bellezza, esclusività, eccellenza. Comprensibile, anche se inaccettabile, che popolazioni sprovviste delle nostre tradizioni e qualità, approfittino della debolezza delle nostre leggi e delle nostre autorità, così come della rilassatezza della normativa internazionale, per operazioni di pirateria e scopiazzatura ai limiti del lecito.
    La questione riguarda in particolare le imitazioni e le falsificazioni di prodotti tipici espressi dal nostro panorama agroalimentare, questione più sensibile di altre per almeno due ragioni. Il cibo sostiene la vita, ma quando impropriamente manipolato o conservato può anche dare malattia e morte. Le quantità di ricchezza sottratte all'azienda Italia, in particolare a distretti produttivi e commerciali specializzati nell'agroalimentare di qualità, raggiungono numeri davvero eccessivi. Sulla questione dei rischi per l'igiene e la salute umana collegati a falsificazioni e imitazioni, le autorità commerciali e sanitarie competenti sono chiamate a ben altri comportamenti rispetto a quelli del tutto negligenti attuati sinora. Sulla seconda questione, qualche dato riguardante un mercato ricco e interessato come quello degli Stati Uniti, può aiutare a comprendere le dimensioni che ha assunto il fenomeno, probabilmente anche a causa della pubblicità alla "dieta mediterranea" veicolata da riviste specializzate e dalla comunicazione di massa.
    Il valore totale di mercato dei prodotti alimentari "Italian sounding" negli Stati Uniti è pari a 17,7 miliardi di dollari. Le produzioni italiane "autentiche" vendute, non superano il miliardo e mezzo, per una percentuale dell'8,6% del totale. Le imitazioni locali o in arrivo da paesi terzi sono quindi il 91,4%, con buona pace dei diritti di stomaci e papille gustative americani, e un calcione assestato ai principi della salute e della giustizia. La fantasia criminale si esercita in particolare attorno alle denominazioni tutelate (Parmesan, Romano Cheese sono dei falsi), alle aree geografiche (Tuscan, Neapolitan, idem), al nome stesso del nostro paese (Italy, Italian), al nome di prodotti assenti (gelato, mascarpone) o presenti (pizza, pasta, ricotta) nel dizionario inglese, a nomi e cognomi italiani (Alberto's, Capuzzo). Il bene più colpito è l'olio d'oliva (89% del totale di mercato non è autenticamente italiano), aceto (85%), paste alimentari (72%), risi (63%), biscotti (50%), caffé (49%), pomidoro in scatola (24%), formaggi (15%). I vini, che contano per il 36,5% nell'esportazione agroalimentare italiana verso gli Usa, risultano abbastanza protetti.
    Il consumatore americano, specie quello di origine italiana, dovrebbe essere più avvertito quando si accosta allo scaffale. La sua bocca e il suo stomaco non meritano l'onta di un prodotto artefatto e mendace. La sua coscienza di cittadino non deve consentirgli di favorire il crimine e lo sfruttamento improprio delle nostre tradizioni. Non è risparmio, comprare ciò che non è originale.