PUNTO DI VISTA/IL BEL LIBRO DELLO STORICO GENTILE/ Fascismo di pietra

di Tony De Santoli

Pietrificata nelle strade, negli edifici, nei monumenti, nei quartieri, una colata di ideologia fascista attraversa Roma, scende lungo il corso del Tevere, dal Foro Italico fino al complesso dell'Eur".  Così si legge in "Fascismo di pietra",  pregevole opera di Emilio Gentile - docente di Storia contemporanea all'Università "La Sapienza" di Roma -sull'urbanistica in Italia, e soprattutto a Roma, negli anni della dittatura fascista. Uscito nel novembre dello scorso anno e andato in ristampa a dicembre per il notevole successo di pubblico e di critica, "Fascismo di pietra" (edito da Laterza) dimostra che in Italia il tema del fascismo suscita ancora un forte interesse e dà luogo a istruttivi dibattiti sul piano, finalmente, della ricerca e della critica storica e non più su quello della politica. Una politica, a riguardo, che per troppi anni ci ha mostrato la cecità intellettuale sia dei fascisti (o neofascisti) sia dell'estremismo di sinistra e dei cattocomunisti.
Il testo di Emilio Gentile è poderoso, ma scorrevole; dettagliato, ma mai stucchevole o ripetitivo. Lo storiografo parte, necessariamente, da lontano. Interpreta il fascismo secondo la propria formazione, secondo la propria visione della Storia e ne ripercorre con minuziosità le prime tappe. Non si può infatti comprendere lo spirito e la forma dell'urbanistica degli Anni Trenta se non si conosce il rapporto - soprattutto quello delle  fasi iniziali - fra Mussolini e Roma, fra fascisti e Roma. Negli anni che, grosso modo, vanno dal 1919 (anno di fondazione dei Fasci di Combattimento) al 1925, e cioè all'instaurazione del totalitarismo in camicia nera, la Capitale fra i fascisti non incontra che disprezzo, perfino odio. Disprezzo e odio verso i burocrati, verso i politici di carriera, verso il sottobosco politico. Per i fascisti di quell'epoca Roma significa corruzione e corruttela, ignavia, inettitudine, parassitismo (le camicie nere lombarde e emiliane precedono di settant'anni Bossi e i suoi...). I fascisti che calano su Roma il 28 ottobre del 1922 - questo il succo del pensiero di Gentile - sono milizie che non vanno ad abbracciare una città, bensì a conquistare una città "nemica" con la volontà di raddrizzarle la schiena. Per "raddrizzare la schiena" a una popolazione, come prima cosa occorre mutare l'ambiente, il panorama. Mussolini già intorno al 1924 ha deciso: Roma, almeno in buona parte, deve cambiare volto. Scattano così - come li chiamano ancora nella Capitale - gli "sventramenti", soprattutto intorno al Campidoglio. Il duce vuole una Roma che ricordi quella agustea del primo impero.
I lavori di demolizione sono incessanti, massicci, anzi, frenetici. Chi avesse lasciato Roma intorno al 1925 e vi fosse tornato quindici anni dopo, avrebbe stentato a riconoscerla in tanti quartieri. Spazzata via, per esempio, la "spina" di Borgo, sotto San Pietro; spazzate via le casupole, ma anche un bel quartiere cinquecentesco, dove ora sorge Via dei Fori Imperiali (allora Via dell'Impero). Comincia a prendere corpo l'Eur, si costruisce il Foro Italico, si erigono caseggiati, palazzi, edifici vari a San Giovanni, Monteverde, Parioli, Colle Oppio, Corso Trieste, Piazza Bologna, Trastevere. Nascono Cinecittà.e la Città Universitaria. Decine di migliaia di sfrattati vengono traslocate a San Giovanni e nelle nuovissime borgate.
Gli architetti mobilitati dal regime e orchestrati dal celebre Piacentini, si dividono fra classicisti e razionalisti. Mussolini preferisce il razionalismo e difatti la Roma fascista è in gran parte razionalista, specie nell'espressività architettonica del Foro Italico. All'Eur tuttavia appaiono opere un po' bolse, trionfalistiche, vagamente "egizie". Nel 1940 Roma ha davvero un altro volto. Ma per rifarglielo i fascisti ci hanno messo uno zelo, una solerzia, una sbrigatività innegabilmente provinciali. E hanno puntualmente sfoggiato quella loro aria da uomini "indispensabili"... L'aria simile a quella del vituperato burocrate di vent'anni prima!