Il rimpatriato

Sperando nell'anti-Bush

di Franco Pantarelli

Premierato alla tedesca, presidenzialismo alla francese o un misto fra i due, magari corretto da una spruzzata di sbarramento spagnolo? Non è - come porebbe sembrare - una disputa gastronomica ma un dibattito sulle nuove norme elettorali che l'Italia dovrebbe adottare. E' un dibattito un po' puzzolente, visto che si svolge mentre dalle strade del Napoletano salgono i miasmi dei rifiuti lasciati a marcire. Ma poiché i responsabili di quel disastro - cioè chi ha governato a Roma e a Napoli nell'ultimo paio di decenni - si sono tutti assolti in blocco scaricando la colpa su un'entità metafisica ancora da identificare, nulla vieta loro di buttarsi sulla disputa della nuova legge elettorale da varare. I "contributi" sono continui e si succedono a scadenza quotidiana. C'è chi sostiene che bisogna liberarsi dei piccoli partiti; chi dice che bisogna invece preservare la loro esistenza perché è essenziale alla democrazia; chi fa presente che la legge da fare riguarda il Parlamento e non il governo e chi minaccia che se non si fa ciò che dice lui fa cadere proprio il governo.
E io, tornato qui dopo venti anni di Stati Uniti, dovrei appassionarsi a un dibattito che, oltre che puzzolente, è anche noiosissimo e astruso? No, meglio guardare, seppure da lontano, a un'altra elezione, quella che nella mia patria precedente è appena entrata (finalmente) nel vivo. I problemi naturalmente ci sono anche lì, primo fra tutti quello di come rompere il connubio fra soldi e politica. Ma è innegabile che l'Obama che sorride, la Hillary che piange, il McCain che risorge, lo Huckabee che prega e suona, il Romney che recita male, il Thompson che si annoia e il Giuliani che si arrabbia siano infinitamente più divertenti del Veltroni che dà ragione a tutti, il Berlusconi che sale sui predellini, il Casini che sputa sentenze, il Fini che si innamora, il Prodi che dice "faremo", il Padoa Schioppa che risponde "non si può", il Bertinotti che si diverte e il Bossi che non si capisce mai cosa stia dicendo.
Così in questi giorni, almeno in spirito (metafisicamente?), preferisco sentirmi più un ideale elettore americano con una legge chiara che un ipotetico fruitore italiano di una legge che chissà se verrà e come sarà. Per chi voterei, se fossi lì? Non saprei ancora. Obama parla bene (il cambiamento) ma dice poco (combiare cosa?, e come?). Hillary dice un po' di più ma parla un po' peggio. Edwards era nuovo quattro anni fa ma adesso non lo è più. McCain è una brava persona, è stato il più deciso ad affrontare Bush sul problema della tortura, ma a lui in fondo la guerra in Iraq sta bene (voleva solo che venisse condotta meglio). Un candidato che avrebbe sicuramente il mio voto ideale sarebbe quello che promettesse, se eletto, di impegnarsi già nel suo discorso inaugurale a chiudere Guantanamo, a ripristinare il rispetto della Convenzione di Ginevra, a non azzardarsi mai a violare la privacy dei cittadini, insomma a riparare nel minor tempo possibile i guasti combinati dalla presente aministrazione.
Nessuno lo ha detto, ma è possibile che alcuni di loro non abbiano considerato opportuno prendersela con un presidente che comunque fra una manciata di mesi sarà fuori. Però uno di cui si può legittimamente supporre che se non lo ha detto è proprio perché non intende farlo c'è, ed è Rudolph Giuliani. Di lui ricordo troppo bene il discorso (un piccolo capolavoro di demagogia) pronunciato alla convention repubblicana del 2004. Rievocava i momenti terribili dell'11 settembre e descriveva se stesso in mezzo ai palazzi che crollavano, la gente che fuggiva, i feriti che chiedevano aiuto, le autoambulanze che correvano di qua e di là. La sua oratoria era efficace e i delegati alla convention lo ascoltavano rapiti, con la gola bloccata dall'emozione e dallo sdegno. A un certo punto, presumibilmente quando Rudy valutò che la platea era ormai "pronta", sparò la sua indecente bordata propagandistica. "Il primo pensiero che mi ha attraversato la mente e che mi ha dato forza è stato: grazie a Dio c'è un presidente come George Bush". Il pensiero che attraversa la mia di mente, inevitabilmente è: speriamo che uno così non finisca alla Casa Bianca.