A modo mio

L'Europa adulta

di Luigi Troiani

Cinquant'anni fa, il primo di gennaio, entravano in vigore i trattati di Roma, fondamento della vita a Sei della Comunità economica europea. Guardando ai contenuti di quell'avvenimento, gli euroscettici di ogni genere dovranno comunque apprezzare il cammino che i popoli del vecchio continente hanno insieme compiuto nel mezzo secolo che ci separa da quella data.
Si parta dalla considerazione più ovvia. Se all'epoca dei trattati di Roma, i paesi impegnati nel processo di integrazione erano in numero di sei, oggi sono ventisette, e ulteriori pretendenti, come Turchia e Croazia, sono alla porta. Il più grande numero, con le diversità esistenti tra i membri, può rappresentare una debolezza, perché crea condizioni obiettive di rischio alla coesione interna e alle capacità decisionali. E' però una forza, quando è in grado di esprimere all'unisono posizioni di politica internazionale, e quando promuove lo sviluppo economico-sociale dei paesi membri in particolare di quelli meno favoriti dalla storia. Il continuo ampliarsi della Comunità è anche dimostrazione dei successi politici colti dall'integrazione continentale, con la fondazione dell'Unione e fatti come quelli dello scorso dicembre: la firma del trattato di Lisbona sulla riforma delle istituzioni, e la proclamazione a Strasburgo della Carta dei diritti fondamentali.
Sul piano economico e sociale, va ricordato che le istituzioni di Bruxelles hanno portato a realizzazione il mercato interno di merci, mezzi finanziari e risorse umane. E' stata una conquista enorme, che ha consentito ai paesi europei di fare economia senza più limiti alle frontiere, con diminuzione di tempi e costi operativi, senza più guerre commerciali e finanziarie. Il mercato interno è ora la pietra angolare su cui si fondano politiche economiche e finanziarie che motivano i popoli europei a non mostrarsi i muscoli, tanti sono gli interessi comuni. A sostegno delle virtù del mercato interno funziona, da qualche anno, l'euro, una valuta che sta surclassando il dollaro, e il cui potenziale come riserva non potrà che accrescersi ulteriormente nel prossimo futuro.
Proprio la forza dell'euro evidenzia il complesso di Peter Pan di cui soffre l'Unione. I membri dell'euroclub, contrariamente ai britannici in epoca di sterlina forte e agli statunitensi nei decenni di dollaro pesante, entusiasti delle loro valute in quanto simbolo e strumento di potenza, non hanno ambizioni di leadership e quindi, rispetto all'euro, misurano soltanto le difficoltà delle esportazioni e le linee di inflazione indotta. Gli europei, prima potenza economica mondiale, non accettano il legame necessario che, nel sistema internazionale, corre tra crescita di potere economico e monetario, e assunzione di responsabilità politiche. Inoltre difetta in molti dei paesi membri, la vocazione a identificare il proprio futuro in quello dell'Unione e dei suoi strumenti .
L'Europa, a cinquant'anni di età, deve confrontarsi con le sfide internazionali sulla base del suo peso economico e politico, e assumersi le proprie responsabilità. Grazie ai tragici errori della prima parte del Novecento, ha creato la più estesa terra di libertà politiche, sociali ed economiche, senza eguali al mondo, e rappresenta un modello di economia sociale di mercato di grande utilità per chiunque voglia mitigare le asprezze della globalizzazione. Il mondo le riconosce la capacità di porsi come fattore di moderazione, pace e cooperazione, come ha mostrato il recente voto alle Nazioni Unite sulla moratoria universale della pena di morte. Si renda ora disponibile per risposte nuove ai tanti problemi irrisolti del sistema internazionale.