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L'Italia fraintesa della Wertmüller

di Samira Leglib

Che posto ha, o meglio ha diritto di occupare il cinema di Lina Wertmuller? La critica è divisa da sempre a riguardo. Quella americana ne ha fatto una Santa a New York durante gli anni Settanta. Quella italiana l'ha prima consacrata e poi  restituita alle ceneri.
E' questo il tema focale attorno al quale ruota "Man in Disorder, The Cinema of Lina Wertmüller in the 1970s" di Grace Russo Bullaro (Troubador 2007), un'analisi della sua opera filmica -in particolare dei quattro film che l'hanno fatta conoscere a livello internazionale: "Mimì metallurgico ferito nell'onore", "Film d'Amore e d'Anarchia", "Pasqualino sette bellezze","Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto"- contestualmente alla cultura, al tempo e al luogo in cui sono stati concepiti e hanno ricevuto maggiore successo, ovvero gli Stati Uniti negli anni '70.  Ma più di ogni altra cosa, il libro della Bullaro vuole essere una risposta a tutti quelli che negli USA l'hanno amata profondamente per le sue commedie e che ancora si chiedono: "Cosa è successo a Lina Wertmuller?"
Professoressa presso la City University of New York, la Bullaro individua proprio nel differente contesto socio-culturale e politico esistente tra gli Stati Uniti e l'Italia, il fattore chiave di una critica tanto divergente. Innanzitutto, viene spiegato nel suo libro, l'aura avanguardista che la Wertmuller si è guadagnata negli States per il suo particolare modo -sarcastico, ludico, semiserio- di avvicinarsi alle problematiche sociali, in Italia era già largamente conosciuto grazie alla Commedia all'italiana. Germi, Fellini, Monicelli, sono stati tutti maestri ispiratori di quello che poi è stato il cinema di Lina Wertmuller.  «I suoi Mimì, Gennarino e Pasqualino, sono diretti discendenti del Fefé di Germi in "Divorzio all'Italiana"», scrive l'autrice.
Largamente acclamata, e allo stesso tempo criticata, per i suoi clichè di personaggi, situazioni e temi, Lina Wertmuller era consapevole delle opinioni non sempre benevole sul suo conto: «Non c'è niente di male nell'essere ridicoli. Io vivo apposta per dimostrarlo».
Nata a Roma il 14 Agosto del 1928 da padre pugliese e madre romana, la regista discende da una nobile e agiata famiglia svizzera. A diciassette anni si iscrive all'Accademia Teatrale di Pietro Sharoff.. Nei primi anni '60, Federico Fellini l'assume come assistente alla regia di 8 e ½ e nel 1963 debutta con il suo primo film "I Basilischi", uno scatto satirico di vita provinciale che marcò subito un certo dualismo tra la critica poco convinta circa la sua originalità e il pubblico che lo premiò senza riserve. Il suo impegno lo ritroviamo anche nella televisione dove lavora alle primissime edizioni della celebre "Canzonissima" e alla serie "Il Giornalino di Gian Burrasca".
"Man in Disorder" pone in primo piano la questione su come, e se, si possa conciliare oggi la critica e l'opinione pubblica e, soprattutto, perché la Wertmuller sia stata pressocchè venerata in America -prima donna a ricevere la nomination come miglior regia per "Seven Beauties" (Pasqualino sette bellezze)- e denigrata dai critici del suo Paese natìo.   Nel libro viene citato:«In America è stata incoronata come dea del cinema per la sua unica, radicale e controversa maniera di trattare argomenti seri. Divenne oggetto di culto per molti, ma la sua luce si spense in meno di cinque anni. Lo stesso favore non lo ricevette in Gran Bretagna e in Francia dove i suoi film furono definiti pallidamente "tollerabili", mentre in Italia la critica ha talvolta sostenuto che la Wertmuller si sia fatta trasportare dall'onda di un successo improvviso e che dopo un paio di buoni film il suo cinema si sia degradato sempre di più.
Secondo la Bullaro, invece, il crollo della sua popolarità potrebbe essere imputabile a una scelta differente in ordine di tematiche da rappresentare. Se, durante gli anni '70, l'ardore politico e sociale della Wertmuller veniva riflesso nei suoi panneggi della società italiana del tempo regalandoci personaggi e situazioni che per quanto criticate resteranno nella storia del Cinema, successivamente la devozione a tutt'altre tematiche quali le relazioni lesbiche, la depravazione, la tipizzazione forse eccessiva di una Napoli criminale, ha fatto sì che ogni qualità l'abbia consacrata nella decade precedente, fosse messa in discussione.
Negli Stati Uniti questa "cacciata dall'Olimpo" non è avvenuta per vicende contingenti. Il sistema degli Studios Americani -nello specifico un contratto firmato con la Warner Brothers- la schiacciò in breve tempo e la Wertmuller, una volta realizzato che non avrebbe mai avuto lo stesso controllo creativo sui suoi film che aveva in Italia, decise di lasciare gli USA regalando, involontariamente, a New York la memoria intatta di un mito.
Abbiamo voluto porre un paio di domande direttamente all'autrice: Cosa l'ha spinta a scrivere un libro/critica di questa fattura su Lina Wertmuller?
«Studio e scrivo sull'opera della Wertmuller da quindici anni ormai, da quando ho pubblicato il primo articolo nel 1993. Essendo Italiana di nascita mi sono presto resa conto quanto questa regista sia riuscita a catturare lo spirito, l'ideologia e la storia sociale dell'Italia durante gli anni Settanta, insieme a tutte le sue contraddizioni. Inoltre, il fatto che i suoi film siano stati in cima alle classifiche negli States, mi ha fatto riflettere su quanto una cultura possa essere allo stesso tempo compresa e incompresa nel momento in cui viene "importata" in un altro Paese. E' stato poi affascinante vedere in che modo il pubblico americano avesse ricostruito i costumi sociali, le morali e le pratiche rappresentate e talvolta stereotipizzate nei film della Wertmuller. La mia ricerca successiva ha poi confermato l'opinione secondo cui un segmento significante di questo pubblico non abbia affatto compreso la pervadente ironia dei suoi film e di conseguenza sia giunto ad erronee conclusioni circa la società italiana. Il mio obiettivo, quando ho scritto questo volume, era di correggere queste incomprensioni inserendo i lavori della Wertmuller nel loro specifico contesto culturale».
 La sua critica si può definire in una certa misura "super partes", chi è infine per lei Lina Wertmuller -o quale delle due immagini proposte nel suo libro rende più giustizia alla Storia del Cinema- la "Santa Lina di New York" che conosce l'America o la meteora che ha brillato in Italia durante gli anni '70 ma che fugacemente si è spenta?
«Direi che entrambe le immagini della regista sono valide. Infatti, mentre si è dimostrata essere un fuoco di paglia in America, nondimeno si può dimenticare l'enorme successo di critica e di pubblico che in quei cinque anni ha ottenuto -compresa la nomination all'Oscar-, tutto questo a maggior ragione se pensiamo che il successo in America ha notoriamente vita breve per via dei capricci del pubblico. D'altra parte, forse Lina Wertmuller non ha ricevuto la stessa acclamazione in Italia, ma è ancora oggi una figura di tutto rispetto all'interno del panorama cinematografico. E'una regista che ha sempre continuato a re-inventare se stessa, assumendo i suoi rischi e imbarcandosi in progetti diversificati come il balletto, l'opera, il musical, cinema e televisione».